Come ascoltare davvero una persona: non sempre chi ti parla sta chiedendo una soluzione
Beatrice LencioniCondividi
In breve: capire come ascoltare una persona non significa trovare subito le parole giuste o il consiglio migliore. A volte significa restare abbastanza vicini da permetterle di raccontare ciò che sente, prima di provare a cambiare la situazione.
«Ti sto raccontando come mi sento.»
«Sì, ma allora fai così…»
E nel giro di trenta secondi una conversazione che forse chiedeva vicinanza diventa un piano operativo in sette punti.
Succede tra partner, tra genitori e figli, tra amici, fratelli, sorelle, colleghi. Qualcuno ci racconta una difficoltà e dentro di noi parte quasi automaticamente la ricerca della risposta: cosa dovrebbe fare, cosa potrebbe dire, come potrebbe uscirne, quale scelta sarebbe più sensata.
In questi giorni di ritorno a scuola la questione si vede con particolare chiarezza. Cambiano orari, abitudini, aspettative; bambini e adolescenti possono avere molte cose da raccontare, anche quando non le raccontano bene. Ma lo stesso vale per un partner che torna dal lavoro in silenzio, per un amico che sta attraversando un passaggio delicato o per un familiare che dice: «Oggi non ce la faccio proprio».
Se ti stai chiedendo come ascoltare una persona, forse il primo spostamento utile è questo: non sempre chi parla sta chiedendo di essere portato altrove. A volte sta chiedendo che qualcuno riesca a incontrarlo esattamente dove si trova.
Prima di aiutare qualcuno a uscire da ciò che sente, possiamo provare a incontrarlo mentre è ancora lì.
Cosa significa ascoltare davvero qualcuno?
Ascoltare davvero non significa stare zitti mentre l'altra persona parla. E non significa neppure annuire a tutto, approvare ogni scelta o trovare la frase perfetta.
Significa, più semplicemente e più difficilmente, fare spazio.
Spazio perché l'altra persona possa finire una frase senza che noi la completiamo. Spazio perché possa contraddirsi, cercare le parole, fermarsi. Spazio perché ciò che racconta non debba diventare immediatamente una decisione.
Quando parliamo di ascolto attivo, in una relazione quotidiana possiamo pensare a una presenza che prova a comprendere prima di rispondere. Può voler dire fare una domanda, riprendere con parole proprie ciò che abbiamo capito, verificare: «Ho capito bene che la parte che ti pesa di più è questa?».
Non è una tecnica da applicare come un copione. Se diventa una recita, si sente. È piuttosto un modo di spostare per qualche minuto il centro della conversazione da ciò che noi sappiamo a ciò che l'altra persona sta cercando di dirci.
Sentire, ascoltare e aspettare il proprio turno per parlare
Ci sono conversazioni in cui non interrompiamo mai e, comunque, ascoltiamo pochissimo.
Mentre l'altra persona racconta, magari stiamo già preparando la risposta. Cerchiamo l'esempio della nostra vita che dimostrerà che capiamo. Pensiamo alla frase che la tranquillizzerà. Oppure costruiamo mentalmente la nostra difesa perché ci sembra che quello che sta dicendo riguardi anche noi.
Le parole arrivano alle orecchie, ma una parte della nostra attenzione è già altrove.
Questo accade spesso nelle relazioni di coppia, soprattutto quando ci sentiamo chiamati in causa. Se ogni tentativo di confronto finisce rapidamente in giustificazioni e contrattacchi, può essere utile osservare anche cosa succede quando il partner si mette sulla difensiva.
Ascoltare richiede un piccolo intervallo tra ciò che sentiamo e ciò che facciamo con quello che abbiamo sentito. Non sempre un intervallo lungo. A volte bastano tre secondi e una domanda sincera.
Perché cerchiamo subito una soluzione
Dare consigli non è sbagliato. Anzi, può essere un gesto di cura. Se una persona ci chiede un parere, se serve una decisione concreta o se siamo in una situazione che richiede un'azione, cercare insieme una strada può essere prezioso.
La parte interessante è capire quando stiamo offrendo una soluzione e perché.
A volte vogliamo essere utili. A volte ci sentiamo più competenti quando possiamo fare qualcosa. A volte la sofferenza di una persona che amiamo ci mette a disagio e la soluzione diventa anche un modo per ridurre la nostra impotenza.
Se tuo figlio dice che non si trova bene nella nuova classe, potresti avere subito voglia di chiamare la scuola, suggerire come comportarsi, spiegare che passerà. Se il partner racconta una tensione sul lavoro, potresti iniziare a elencare le mosse possibili. Se un'amica dice di essere confusa, potresti sentire chiaramente quale scelta dovrebbe fare.
Ma il fatto che noi vediamo una strada non significa che l'altra persona sia già nel punto in cui può percorrerla.
Qualche volta l'aiuto più rispettoso è non correre più avanti di chi sta parlando.
“Almeno…”: quando rassicurare fa sentire meno ascoltati
«Almeno hai un lavoro.»
«Almeno non è successo niente di grave.»
«Almeno sai che ti vuole bene.»
«Dai, non pensarci.»
Sono frasi che spesso nascono da buone intenzioni. Vogliamo ridimensionare, alleggerire, restituire speranza.
Eppure può accadere che l'altra persona senta tutt'altro: «Quello che provo è troppo», «non dovrei sentirmi così», «forse sto esagerando».
Ascoltare senza giudicare non significa confermare che ogni interpretazione sia corretta. Significa evitare di stabilire troppo in fretta quanto una persona “dovrebbe” essere toccata da ciò che sta vivendo.
Una frase come «Capisco perché per te questa cosa pesa» non risolve nulla, è vero. Ma a volte è proprio questo il punto: per qualche minuto non serve risolvere. Serve riconoscere.
Consigliare senza che ci sia stato chiesto
Il consiglio non richiesto ha una caratteristica curiosa: può essere ottimo e arrivare nel momento sbagliato.
Una persona potrebbe avere davvero bisogno, più avanti, di valutare alternative, prendere una decisione o cambiare qualcosa. Ma se prima non si è sentita compresa, il consiglio rischia di suonare come una scorciatoia.
È una differenza piccola nelle parole, enorme nella relazione.
«Secondo me dovresti lasciar perdere» chiude rapidamente il campo.
«Vuoi che proviamo a pensare insieme a cosa potresti fare?» lascia all'altra persona la possibilità di scegliere.
Questa attenzione può essere particolarmente utile nelle coppie. Una relazione sana non richiede che due persone sappiano sempre cosa dire: richiede anche la possibilità di capire di che tipo di presenza c'è bisogno in quel momento.
Come ascoltare una persona senza trasformare ogni frase in un consiglio
Non esistono formule magiche. Le frasi qui sotto sono soltanto esempi di uno spostamento possibile: dalla correzione immediata alla curiosità, dalla rassicurazione veloce alla presenza.
| Invece di… | Potresti provare… |
|---|---|
| “Non pensarci” | “Immagino che per te pesi.” |
| “Io farei…” | “Vuoi raccontarmi meglio?” |
| “Almeno…” | “Capisco perché ti ha toccato.” |
| “Devi…” | “Vuoi un consiglio o preferisci che ti ascolti?” |
La differenza non sta nel memorizzare la colonna di destra. Sta nel chiedersi: sto cercando di accompagnare questa persona o sto cercando di far finire in fretta la sua fatica?
Le domande che aprono invece di interrogare
Una buona domanda non serve a ottenere tutti i dettagli. Serve a lasciare all'altra persona un po' più di spazio per capire ciò che sta raccontando.
Puoi chiedere: «Qual è la parte che ti pesa di più?», «Da quanto ti senti così rispetto a questa situazione?», «Che cosa avresti bisogno che io capissi?», «Vuoi raccontarmi meglio cosa è successo?».
La qualità della domanda conta, ma conta anche il ritmo. Cinque domande una dopo l'altra possono sembrare un interrogatorio, soprattutto con un adolescente che parla già poco.
In quel caso potrebbe essere più utile una domanda e poi silenzio. Senza riempirlo subito. Senza trasformare ogni pausa in un allarme.
Se ti interessa approfondire il tema dei ragazzi che tendono a chiudersi, puoi leggere anche l'articolo su adolescenza, silenzio e bisogno di ascolto. Ogni situazione è diversa, ma il punto relazionale resta importante: essere disponibili non equivale a pretendere che l'altra persona parli quando vogliamo noi.
“Vuoi che ti ascolti o vuoi che cerchiamo insieme una soluzione?”
Una domanda semplice che cambia il contratto della conversazione
“Vuoi che ti ascolti o vuoi che cerchiamo insieme una soluzione?”
È una domanda quasi disarmante perché mette sul tavolo una cosa che spesso diamo per scontata: non sappiamo automaticamente di che cosa ha bisogno chi ci sta parlando.
Magari vuole soltanto raccontare. Magari desidera un'opinione. Magari non lo sa ancora. E può anche rispondere: «Non lo so, però fammi parlare un attimo».
In una coppia questa domanda può evitare molti cortocircuiti. Uno pensa di aiutare, l'altro sente di non essere ascoltato. Uno insiste con le soluzioni, l'altro alza il tono per sentirsi finalmente raggiunto. In periodi già carichi, come può accadere nel rientro dalle vacanze nella coppia, questo equivoco può diventare ancora più evidente.
Chiedere che tipo di presenza serve non rende la relazione fredda o artificiale. Al contrario, toglie un po' di telepatia dalle aspettative. E, diciamocelo, nelle relazioni la telepatia ha un curriculum piuttosto discontinuo.
Ascoltare non significa essere sempre d'accordo
Questa distinzione è fondamentale.
Puoi ascoltare una persona e non condividere la sua scelta. Puoi comprendere che si sia sentita ferita e avere una lettura diversa di ciò che è accaduto. Puoi accogliere la rabbia di qualcuno senza accettare parole offensive.
Ascoltare non richiede di cancellare il proprio punto di vista.
Puoi dire: «Capisco che tu l'abbia vissuta così. Io alcune cose le vedo diversamente, ma vorrei prima capire meglio cosa ti ha ferito».
Questo permette di separare due passaggi che spesso confondiamo: riconoscere l'esperienza dell'altra persona e discutere il significato o le scelte che ne derivano.
Prima viene l'incontro. Poi, se serve, il confronto.
Cosa puoi iniziare a osservare mentre ascolti
La prossima volta che qualcuno ti racconta qualcosa di importante, potresti osservare:
- quanto velocemente senti il bisogno di dare un consiglio;
- se stai ascoltando ciò che dice o preparando la tua risposta;
- se la sua emozione ti mette in fretta e vuoi farla passare;
- se stai facendo domande per capire o per arrivare alla conclusione che hai già in mente;
- se puoi chiedere quale tipo di aiuto desidera;
- se riesci a lasciare qualche secondo di silenzio senza riempirlo.
Non serve riuscirci sempre. Le relazioni reali hanno stanchezza, fretta, giornate in cui siamo pieni anche noi. L'obiettivo non è diventare ascoltatori impeccabili, ma accorgerci un po' prima di quando stiamo uscendo dalla conversazione per entrare nella modalità “adesso ti sistemo tutto io”.
Cosa cambia nelle relazioni quando ci sentiamo ascoltati
Quando una persona sente di avere spazio, spesso non ha più bisogno di lottare così tanto per dimostrare ciò che prova.
Può spiegarsi meglio. Può correggersi. Può persino arrivare da sola a una possibilità che, cinque minuti prima, non riusciva a vedere.
Non perché ascoltare produca automaticamente una soluzione. Ma perché essere ascoltati può creare un contesto diverso: meno orientato alla difesa, più disponibile alla comprensione reciproca.
Questo vale tra amici, in famiglia e nella coppia. Vale anche quando non si arriva a essere d'accordo.
In fondo, una relazione non diventa significativa perché sappiamo sempre come togliere all'altro ogni difficoltà. Diventa significativa anche perché, in alcuni momenti, riusciamo a non lasciarlo solo mentre la attraversa.
Quando può essere utile parlarne in un percorso di counseling
Ci sono relazioni in cui il dialogo sembra essersi incastrato in ruoli molto rigidi: uno parla e l'altro corregge; uno chiede ascolto e l'altro si difende; uno tace perché teme già la risposta; entrambi finiscono per sentirsi poco compresi.
Un percorso di counseling relazionale può offrire uno spazio in cui osservare queste dinamiche, riconoscere il proprio modo di ascoltare e di farsi ascoltare, e cercare parole più coerenti con ciò che si vuole davvero comunicare.
Mi chiamo Beatrice Lencioni e lavoro come Counselor Relazionale a Torino e online. Il counseling non sostituisce percorsi psicologici, psicoterapeutici o sanitari quando sono necessari: è uno spazio professionale di ascolto, confronto, consapevolezza e orientamento personale e relazionale.
Qualche volta una relazione non ha bisogno di parole migliori. Ha bisogno di un posto diverso da cui pronunciarle.
Se senti che nelle tue relazioni parlare e ascoltarsi è diventato faticoso, puoi approfondire come lavoro a Torino e online, con calma e senza dover avere già tutto chiaro.
Domande frequenti su come ascoltare una persona
Come ascoltare una persona senza giudicarla?
Può aiutare sospendere per qualche minuto consigli, confronti e valutazioni, provando prima a capire cosa sta vivendo e che cosa desidera dalla conversazione. Ascoltare senza giudicare non significa essere d'accordo con tutto.
Che cosa significa ascolto attivo?
Nelle relazioni quotidiane, ascolto attivo significa prestare attenzione con l'intenzione di comprendere: lasciare spazio, fare domande pertinenti, verificare ciò che si è capito e non preparare soltanto la propria risposta.
Come essere di supporto a una persona in difficoltà?
Prima di offrire una soluzione, può essere utile chiedere di che cosa ha bisogno: ascolto, compagnia, un parere o un aiuto concreto. Il supporto cambia molto da persona a persona e da momento a momento.
Come ascoltare il partner quando non sono d'accordo?
Puoi distinguere il riconoscimento del suo vissuto dalla tua opinione. Comprendere che qualcosa lo abbia toccato non ti obbliga a condividere ogni interpretazione o scelta.
È sbagliato dare consigli a chi sta male?
No. Un consiglio può essere utile e affettuoso. La differenza spesso sta nel momento e nel consenso: chiedere “vuoi un consiglio?” permette all'altra persona di scegliere se è ciò che le serve adesso.
Cosa fare se una persona non vuole parlare?
Puoi farle sapere che sei disponibile senza forzarla. Lasciare spazio non significa disinteressarsi: può essere un modo di rispettare i suoi tempi, mantenendo aperta la possibilità di un confronto quando se la sentirà.