Quando sai che qualcosa non va, ma non sai spiegare bene cosa
A volte non c’è un evento preciso da indicare. Non è successo qualcosa di enorme e non c’è necessariamente una crisi evidente. Eppure senti che una parte della tua vita ha cominciato a starti stretta.
Magari una relazione ti lascia continuamente con l’amaro in bocca. Forse al lavoro continui a dire di sì, anche quando dentro di te vorresti rispondere: «Veramente no, grazie. Stavolta anche basta».
Oppure devi prendere una decisione e ogni possibilità sembra avere un cartello appeso sopra con scritto: attenzione, potresti pentirtene.
Da fuori sembri perfettamente funzionante. Vai al lavoro, rispondi ai messaggi, fai la spesa e magari ti ricordi persino di comprare il detersivo. Dentro, però, senti confusione, stanchezza o una distanza crescente da quello che desideri davvero.
È spesso in momenti come questi che nasce una domanda: «Forse avrei bisogno di parlare con qualcuno, ma con chi?»
Cominci a cercare informazioni e incontri parole come counseling, coaching, psicologia, psicoterapia e crescita personale. Sembrano vicine, ma non indicano la stessa cosa.
Partiamo quindi dall’inizio, senza complicare ciò che può essere spiegato in modo semplice.
Che cos’è il counseling, detto in parole semplici
Il counseling è una relazione professionale nella quale una persona viene accompagnata a esplorare una difficoltà specifica, un cambiamento, una scelta o una situazione relazionale.
Il suo obiettivo è favorire una maggiore consapevolezza, autonomia e capacità decisionale. Il punto non è dire alla persona che cosa dovrebbe fare, ma aiutarla a comprendere meglio ciò che sente, ciò di cui ha bisogno e quali possibilità ha davanti.
Il counseling non parte dall’idea che in te ci sia qualcosa di sbagliato da aggiustare.
Parte da un’idea differente: anche quando sei confuso, stanco o bloccato, dentro di te esistono risorse che possono essere riconosciute, ascoltate e rimesse in movimento.
Il counselor ti accompagna in questa esplorazione. Non guida la tua vita con il navigatore in mano. Semmai si siede accanto a te mentre guardi la mappa e ti aiuta a capire dove ti trovi, quali strade hai già percorso e quale direzione senti più tua.
Il counseling non sceglie la strada al posto tuo: ti aiuta a riconoscere quale strada assomiglia di più alla persona che sei.
La verità scomoda: spesso non ci manca una risposta
Quando siamo in difficoltà diciamo spesso: «Non so che cosa fare».
Può essere vero. Ma non è sempre tutta la verità.
A volte una parte di noi sa già che cosa vorrebbe fare, solo che quella risposta ci spaventa.
Sappiamo che dovremmo mettere un confine, ma abbiamo paura di deludere qualcuno. Sappiamo che una relazione ci pesa, ma temiamo la solitudine. Sappiamo di essere stanchi, ma continuiamo a comportarci come se fermarsi fosse un lusso concesso soltanto agli altri.
Sappiamo che un cambiamento è necessario, ma preferiremmo ricevere una garanzia firmata e timbrata che ci assicuri che andrà tutto bene. Purtroppo l’ufficio garanzie assolute della vita risulta ancora chiuso.
La verità scomoda è che non sempre abbiamo bisogno di trovare una risposta nuova. Talvolta abbiamo bisogno di creare abbastanza silenzio da riuscire ad ascoltare quella che continuiamo a coprire.
Il counseling può offrire proprio questo: uno spazio nel quale rallentare, mettere ordine e distinguere ciò che vuoi davvero da ciò che hai imparato a volere per non dispiacere agli altri.
Come si svolge un colloquio di counseling
Durante un colloquio di counseling non devi arrivare con un discorso perfetto. Puoi iniziare dicendo: «Non so bene da dove partire».
È già un punto di partenza.
Il counselor ascolta ciò che racconti, ma anche il modo in cui lo racconti: le parole che ripeti, i passaggi nei quali ti fermi, le contraddizioni, i bisogni che fanno capolino e poi si nascondono di nuovo.
Può farti domande, restituirti ciò che ha compreso, aiutarti a osservare la situazione da una prospettiva differente o proporti strumenti semplici di esplorazione.
Il colloquio non è un interrogatorio e non è una lezione. È un dialogo nel quale la relazione diventa uno strumento per comprenderti meglio.
Il counselor non occupa la posizione di chi sa tutto di te. Sei tu la persona che conosce la propria storia dall’interno.
Il professionista porta competenze relazionali, presenza, metodo e uno sguardo esterno. Tu porti il tuo vissuto, i tuoi valori, la tua sensibilità e la possibilità di scegliere.
Il counselor dà consigli?
No, almeno non nel senso comune del termine.
Un consiglio dice:
«Al posto tuo farei così».
Il counseling domanda:
- Che cosa significa per te questa situazione?
- Che cosa accade quando provi a dire di no?
- Quale bisogno stai mettendo da parte?
- Quale scelta sarebbe più coerente con ciò che senti?
La differenza è importante. Il consiglio nasce dall’esperienza e dai valori di chi lo offre. Il counseling cerca invece di aiutarti a costruire una risposta che abbia senso nella tua vita.
Una soluzione perfetta per un’altra persona potrebbe essere completamente sbagliata per te.
Un’amica può dirti di lasciare immediatamente il lavoro. Un parente può consigliarti di resistere perché «almeno hai uno stipendio». Il vicino del terzo piano, già che c’è, potrebbe suggerirti di aprire un chiringuito alle Canarie.
Il counselor non aggiunge un’altra opinione alla confusione. Ti aiuta a riconoscere la tua.
A cosa serve il counseling?
Il counseling può essere utile quando stai attraversando una difficoltà circoscritta o una fase della vita che richiede maggiore chiarezza.
Può accompagnarti quando:
- vivi tensioni o incomprensioni nelle relazioni;
- fai fatica a esprimere bisogni e confini;
- devi prendere una decisione importante;
- stai attraversando una separazione o un cambiamento;
- ti senti bloccato tra ciò che desideri e ciò che gli altri si aspettano;
- vuoi comprendere meglio alcune dinamiche che tendono a ripetersi;
- vivi un momento di disorientamento personale o professionale;
- desideri migliorare il rapporto con te stesso e con le altre persone;
- senti il bisogno di recuperare spazio, voce e direzione.
Non bisogna arrivare al limite per chiedere un confronto. Questa è una convinzione molto diffusa: aspettare finché la situazione non diventa insostenibile perché «in fondo posso ancora resistere».
Ma resistere e stare bene non sono sinonimi.
A volte iniziare un percorso significa semplicemente riconoscere che non vuoi più affrontare tutto da solo o continuare a girare intorno alla stessa domanda.
Che cosa significa counseling relazionale
Nel counseling relazionale l’attenzione è rivolta in modo particolare al modo in cui vivi le relazioni: con il partner, la famiglia, gli amici, i colleghi e anche con te stesso.
Molte difficoltà, infatti, non nascono soltanto da ciò che accade, ma dal modo in cui abbiamo imparato a stare in relazione.
C’è chi si prende cura di tutti e si accorge dei propri bisogni soltanto quando è ormai esausto.
C’è chi evita il conflitto e poi accumula silenzi, risentimento e frasi mai dette.
C’è chi teme di essere lasciato e, per sentirsi al sicuro, finisce per adattarsi continuamente.
C’è chi desidera vicinanza, ma appena qualcuno si avvicina davvero sente il bisogno di scappare.
Il counseling relazionale non assegna colpe e non stabilisce chi sia quello giusto e chi quello sbagliato.
Aiuta a osservare le dinamiche, riconoscere il proprio modo di reagire e sperimentare possibilità più rispettose di sé e dell’altro.
Counseling, psicologia e psicoterapia: quali sono le differenze?
Il counseling non è psicologia e non è psicoterapia. Non si occupa di diagnosi, non tratta disturbi e non svolge attività sanitarie o riservate ad altri professionisti.
Il counseling opera nell’ambito dell’ascolto, della relazione, della consapevolezza, dell’orientamento e della capacità di scelta rispetto a difficoltà specifiche e passaggi di vita.
La differenza non serve a creare una classifica tra professioni. Serve a permettere alla persona di rivolgersi alla figura adeguata rispetto al proprio bisogno.
Quando emerge una necessità che va oltre le competenze del counselor, il comportamento professionale responsabile consiste nel riconoscere il proprio confine e orientare la persona verso una figura appropriata.
Perché i confini professionali sono importanti
Un professionista serio chiarisce che cosa può offrire, che cosa non rientra nel suo ruolo e quando può essere opportuno rivolgersi a un’altra figura. Un confine chiaro non diminuisce il valore del counseling: lo rende più trasparente e affidabile.
Quanto dura un percorso di counseling?
Non esiste una durata uguale per tutti.
Il percorso viene costruito intorno alla domanda della persona, all’obiettivo concordato e alla situazione che desidera esplorare.
Il counseling tende a concentrarsi su un tema definito e su ciò che può essere compreso o trasformato nel presente. Non è un percorso che dovrebbe creare dipendenza dal professionista.
All’inizio è utile chiarire:
- quale difficoltà desideri affrontare;
- che cosa vorresti cambiasse;
- con quale frequenza incontrarsi;
- quali sono i confini del percorso;
- come verificare nel tempo se gli incontri ti stanno aiutando.
Gli obiettivi possono cambiare. A volte una domanda iniziale ne nasconde un’altra più profonda. Il percorso dovrebbe però rimanere comprensibile, condiviso e coerente con il bisogno della persona.
Come scegliere un counselor
Scegliere un counselor significa valutare sia la preparazione professionale sia la qualità della relazione che si crea.
Prima di iniziare puoi chiedere:
- quale formazione ha completato;
- quale approccio utilizza;
- se aderisce a un codice deontologico;
- se svolge aggiornamento e supervisione professionale;
- come tutela la riservatezza;
- quali sono durata, costi e modalità degli incontri;
- quali attività non rientrano nel suo ruolo;
- che cosa accade se emerge un bisogno che richiede un’altra competenza.
Esiste poi un elemento meno misurabile, ma fondamentale: come ti senti nella relazione.
- Ti senti ascoltato?
- Puoi parlare senza dover dimostrare qualcosa?
- Il professionista rispetta i tuoi tempi?
- Ti spiega con chiarezza che cosa può fare e che cosa non può fare?
Un buon incontro non deve necessariamente essere comodo in ogni momento. Alcune domande possono toccare punti delicati. Dovresti però percepire rispetto, presenza, libertà e assenza di giudizio.
Chiedere uno spazio non significa essere deboli
Molte persone arrivano al counseling dopo mesi, a volte anni, passati a dirsi: «Dovrei riuscire a cavarmela da solo».
È una frase che sembra forte, ma spesso nasconde una grande solitudine.
Essere autonomi non significa non avere mai bisogno degli altri. Significa anche saper riconoscere quando un confronto può aiutarci a vedere ciò che, da soli, continuiamo a osservare sempre dalla stessa angolazione.
Chiedere uno spazio di ascolto non vuol dire consegnare a qualcun altro il volante della propria vita.
Vuol dire fermarsi un momento, guardare la strada e domandarsi: «Sto ancora andando nella direzione che desidero?»
Counseling relazionale a Torino e online
Sono Beatrice Lencioni, Counselor Relazionale a Torino e accompagno persone che attraversano difficoltà relazionali, momenti di cambiamento, separazioni, indecisione o fasi nelle quali sentono di essersi un po’ perse di vista.
Nel mio modo di lavorare la relazione viene prima delle formule. Non credo nelle risposte valide per tutti. Credo negli spazi nei quali una persona possa sentirsi accolta, ascoltata e libera di incontrare anche quelle parti di sé che, nella vita quotidiana, tende a mettere da parte.
Gli incontri possono svolgersi a Torino oppure online, quando la distanza o l’organizzazione quotidiana rendono questa modalità più semplice.
Il primo colloquio conoscitivo è gratuito e serve a comprendere la tua richiesta, spiegarti come lavoro e valutare insieme se il counseling può essere lo spazio adatto a te.
Gli eventuali colloqui successivi hanno un costo di 60 € ciascuno.
Il primo passo non richiede di avere già tutto chiaro
Non devi sapere esattamente che cosa dire, quale obiettivo scegliere o come chiamare quello che stai vivendo.
A volte il primo passo consiste semplicemente nel poter dire:
«Non so bene che cosa mi sta succedendo, ma sento che vorrei ascoltarmi meglio».
Da lì, con calma, si può cominciare.