Illustrazione sullo stress da rientro: una persona tra la libertà vissuta in vacanza e il ritorno alla routine quotidiana, per Beatrice Lencioni Counselor Relazionale a Torino.

Stress da rientro: quando non è la vacanza che ti manca, ma la persona che eri mentre eri via

Beatrice Lencioni

In breve: lo stress da rientro non riguarda sempre il desiderio di essere ancora in vacanza. A volte il ritorno alla routine rende più evidente quanto ti manchino un ritmo diverso, più spazio per te, meno richieste e una versione di te che durante l’estate riusciva ad ascoltarsi con maggiore facilità.

La valigia è stata svuotata. Le fotografie sono ancora nel telefono. La sveglia, quella che per qualche giorno avevi quasi dimenticato di possedere, è tornata diligentemente al suo posto.

E magari ti sorprendi a pensare: non voglio tornare alla routine.

Lo chiamiamo spesso stress da rientro, oppure “September blues”, soprattutto nei contenuti online. Sono espressioni utili per riconoscere una sensazione comune, ma qui non ci interessa trasformarle in un’etichetta o in una “sindrome”. Mi interessa una domanda più semplice e forse più scomoda: che cosa ti manca davvero quando dici che ti manca la vacanza?

Perché può darsi che non sia soltanto il mare. O la montagna. O il fatto di non dover preparare la cena alle otto e venti mentre rispondi a un messaggio e pensi già a domani.

Forse ti manca come stavi tu dentro quelle giornate.

Perché il rientro dalle vacanze può pesare così tanto?

Il rientro dalle vacanze rimette insieme, spesso nel giro di pochissimo, orari, lavoro, scuola, impegni, messaggi, responsabilità, relazioni e aspettative. È come passare da una musica più lenta a una playlist che parte direttamente dal ritornello, volume alto.

In una ricerca italiana pubblicata da Unobravo nel 2025, il 35% delle persone intervistate dichiarava di sentirsi spesso dentro un ciclo di aspettative, performance e pressione, mentre un ulteriore 59% diceva di viverlo occasionalmente. Nella stessa ricerca, il 36% associava settembre a tristezza o malinconia.

Questi numeri non dicono che settembre debba essere difficile per tutti. Dicono però qualcosa di interessante: il rientro può diventare un momento in cui il contrasto si vede meglio.

Durante le vacanze alcune richieste si abbassano. Cambiano gli orari. Cambiano le priorità. Magari dormi di più, cammini, leggi, parli con qualcuno senza guardare l’orologio. Oppure semplicemente hai più tempo tra una cosa e l’altra.

Poi torni e quel margine scompare.

Ed è lì che la fatica a tornare alla routine può diventare una specie di lente: non ti sta necessariamente dicendo che la tua vita quotidiana è tutta da buttare. Potrebbe però mostrarti che alcune parti sono diventate troppo strette.

La verità meno comoda? A volte non vogliamo tornare in vacanza. Vorremmo non perdere di nuovo noi stessi appena ricomincia la vita di tutti i giorni.

Forse non ti manca il luogo: ti manca il ritmo che avevi lì

Prova a pensare a ciò che rimpiangi delle settimane appena passate senza fermarti alla destinazione.

Ti manca svegliarti senza partire già in ritardo? Ti manca avere una conversazione lunga? Ti manca non dover essere disponibile per tutti? Ti manca poter cambiare idea durante la giornata? Ti manca mangiare quando hai fame invece che quando “c’è tempo”? Ti manca avere lo spazio mentale per chiederti cosa vuoi?

Spesso diciamo “mi manca la vacanza” perché è la frase più immediata. Ma sotto potrebbe esserci qualcosa di più preciso: mi manca il modo in cui vivevo il mio tempo.

Questa distinzione conta. Perché se ciò che ti manca è soltanto un luogo, l’unica risposta sembra aspettare la prossima partenza. Se invece ti manca una qualità della tua esperienza — lentezza, libertà, presenza, curiosità, spazio — allora forse una piccola parte di quella qualità può trovare posto anche qui.

Non uguale. Non perfetta. Non con l’aperitivo davanti al tramonto ogni sera, che sarebbe pure impegnativo da organizzare.

Ma abbastanza da non vivere undici mesi in attesa del dodicesimo.

Stress da rientro: e se ti mancasse la persona che eri mentre eri via?

Questa è la parte che trovo più interessante.

In vacanza può accadere che emergano lati di noi che durante l’anno hanno poco spazio. Sei più disponibile a improvvisare. Dici più facilmente “vediamo”. Ti accorgi di essere stanco prima di essere esausto. Ti concedi un no senza preparare una memoria difensiva di dodici pagine. Ti fermi a guardare qualcosa senza domandarti immediatamente a cosa serva.

E magari scopri che ti piace quella persona.

Al rientro non sparisce. Semplicemente torna dentro una struttura che la lascia parlare meno.

Per questo la malinconia di fine estate può essere anche una domanda identitaria molto concreta: quale parte di me riesce a esistere meglio quando non sono continuamente richiesto?

Non significa idealizzare la vacanza. Anche in ferie si litiga, ci si annoia, si corre, si portano con sé pensieri e tensioni. Ma il cambio di contesto può rendere più visibile la differenza tra ciò che fai perché lo scegli e ciò che fai perché ormai “si fa così”.

Perché il “da settembre riparto” a volte aumenta la fatica?

Settembre ha una strana reputazione. È gennaio con meno cappotti.

Si torna e improvvisamente sembra il momento di rimettersi in forma, lavorare meglio, organizzarsi, essere più presenti, leggere di più, iscriversi a un corso, sistemare casa, riprendere gli amici, mangiare in modo impeccabile e magari diventare anche persone più pazienti.

Tutto contemporaneamente, possibilmente entro lunedì.

La pressione del “ripartire alla grande” può rendere il ritorno ancora più brusco, perché trasforma un passaggio in una prova di efficienza. Invece di domandarci come stiamo tornando, ci chiediamo quanto velocemente riusciamo a tornare produttivi.

Ma una ripartenza non deve per forza essere una rincorsa.

Può essere un momento di osservazione: cosa vuoi davvero riprendere? Cosa vuoi modificare? Cosa stavi facendo prima soltanto per abitudine? Quale spazio non vuoi richiudere appena settembre ricomincia?

Cosa puoi iniziare a osservare senza cambiare tutto

Quando senti che non vuoi tornare alla routine, la tentazione può essere pensare a cambiamenti enormi. A volte, invece, è più utile partire dal dettaglio.

Quattro domande semplici

1. Che cosa facevo diversamente?
Non “dove ero”, ma come vivevo le giornate: orari, pause, persone, telefono, sonno, movimento, silenzio.

2. Che cosa non mi veniva chiesto?
A volte il sollievo nasce anche dall’assenza temporanea di certe richieste. Riconoscerlo può aiutarti a capire dove i tuoi confini personali hanno bisogno di più spazio.

3. Che cosa mi concedevo senza sentirmi in colpa?
Riposo, lentezza, piacere, tempo vuoto, un no, una scelta solo tua. Se il rientro riaccende subito il confronto e le aspettative, può esserti utile anche la riflessione su come aumentare l’autostima senza diventare qualcun altro.

4. Quale piccola cosa non voglio perdere?
Non serve importare l’intera vacanza nella vita quotidiana. Può bastare proteggere una passeggiata, una sera libera, una colazione lenta, un’ora senza notifiche o un modo più gentile di cominciare la giornata.

Queste domande non servono a costruire la routine perfetta. Servono a distinguere ciò che ti manca davvero dal generico desiderio di “scappare di nuovo”.

Una domanda da portare con te

Prima di chiederti come tornare alla normalità, può essere interessante chiederti se quella normalità ti assomiglia ancora.

Come rendere il rientro meno brusco senza trasformarlo in un progetto

Non esiste una formula universale. Può però essere utile evitare di riempire immediatamente ogni spazio rimasto libero.

Potresti osservare il calendario e chiederti se tutto ciò che è tornato dentro debba davvero tornarci nello stesso modo. Potresti rimandare una parte delle nuove iniziative. Potresti proteggere un piccolo margine tra lavoro e vita privata. Potresti iniziare a dire qualche no più chiaro, soprattutto alle richieste che accetti per automatismo.

E potresti soprattutto smettere di interpretare la fatica del rientro come un difetto di volontà.

A volte quella fatica è informazione. Ti dice dove senti troppo peso, dove il ritmo è diventato rigido, dove stai tornando a occupare un ruolo che lascia poco spazio alla persona.

Ascoltarla non significa assecondare ogni impulso. Significa darle abbastanza attenzione da capire cosa sta cercando di mostrarti.

Quando può essere utile parlarne in un percorso di counseling?

Se il rientro porta con sé domande che vanno oltre settembre — sul lavoro, sulle relazioni, sui confini, sulle aspettative o sul modo in cui stai vivendo le tue giornate — uno spazio di counseling può aiutarti a mettere ordine senza consegnarti una risposta già pronta.

Il counseling è un percorso professionale di ascolto e orientamento. Non è psicoterapia e non sostituisce percorsi psicologici, psicoterapeutici o sanitari quando sono necessari.

Nel mio lavoro come Counselor Relazionale a Torino, e anche online, incontro spesso persone che non arrivano con una domanda perfettamente formulata. Arrivano con una frase molto più semplice: “So che qualcosa non mi sta più bene, ma non so da dove cominciare”.

Se ti riconosci, puoi anche usare “Da dove posso partire?”, un breve percorso di orientamento pensato proprio per quando senti che ci sono più fili insieme e non sai ancora quale prendere per primo.

Perché forse il punto non è tornare esattamente alla persona che eri prima delle vacanze.

Forse quelle settimane ti hanno fatto vedere qualcosa che, durante l’anno, non avevi abbastanza tempo per guardare.

E magari da lì puoi iniziare.


Domande frequenti sullo stress da rientro

Cos’è lo stress da rientro?

È un’espressione comune usata per descrivere la fatica che alcune persone sentono quando riprendono ritmi, impegni e responsabilità dopo una pausa. Non è necessario considerarlo una diagnosi: può essere semplicemente un momento di riadattamento e di maggiore consapevolezza rispetto alla propria quotidianità.

Perché tornare alla routine può essere difficile?

Perché il passaggio può essere molto rapido e rimettere insieme molte richieste contemporaneamente. Inoltre il contrasto con un periodo più libero può rendere più evidente ciò che nella quotidianità pesa, corre troppo o lascia poco spazio personale.

Perché dopo le vacanze mi sento diverso?

Un contesto diverso può far emergere ritmi, desideri e modi di stare con te stesso che durante l’anno trovano meno spazio. Il rientro può quindi farti notare una distanza tra come vivevi in vacanza e come vivi abitualmente.

Come posso rendere il rientro meno brusco?

Può aiutare non riempire subito ogni spazio, distinguere ciò che è davvero necessario da ciò che riprendi per automatismo e proteggere almeno una piccola abitudine che durante le vacanze ti faceva stare più vicino ai tuoi bisogni.

Quando può essere utile parlare con un counselor?

Quando il rientro apre domande più ampie su confini, relazioni, lavoro, aspettative o direzione personale. Il counseling può offrire uno spazio di ascolto e orientamento; non sostituisce psicoterapia, valutazioni psicologiche o percorsi sanitari.

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