Sentirsi in colpa per il riposo non è pigrizia: è una risposta appresa
Beatrice LencioniCondividi
Data di pubblicazione: 27 febbraio 2026
Ultimo aggiornamento: 27 febbraio 2026
Luogo: Torino (e online)
TL;DR
Se ti senti in colpa quando ti riposi, non è pigrizia: può essere una risposta appresa. Quando in passato amore, sicurezza o approvazione erano legati alla performance, il corpo può aver associato il valore personale alla produttività. Il riposo non è una ricompensa morale: è un bisogno umano. E si può reimparare come esperienza sicura.
Ci sono momenti in cui il corpo è stanco davvero. Non la stanchezza “gestibile”, quella che sistemi con un caffè. Parlo di quella stanchezza profonda che ti chiede di fermarti.
Eppure, quando finalmente ti siedi o ti sdrai, invece del sollievo arriva un disagio. Un pensiero sottile: “Non dovrei stare ferma.” “Sto perdendo tempo.” “Devo fare qualcosa.” Se ti succede, forse ti sei detta o detto almeno una volta: “Sono pigra.”
Voglio dirtelo con chiarezza: sentirsi in colpa per il riposo non è pigrizia. Spesso è un meccanismo di sopravvivenza, imparato molto tempo fa.
Perché mi sento in colpa quando mi riposo?
È una delle domande più frequenti: “Perché non riesco a rilassarmi?”, “Perché ho ansia quando mi fermo?”, “Perché mi sento inutile se non faccio nulla?”. La risposta, nella maggior parte dei casi, non riguarda il presente. Riguarda l’apprendimento.
Se nell’infanzia amore, attenzione o serenità sembravano arrivare soprattutto quando eri “brava/o”, utile, impeccabile o performante, il corpo può aver registrato una regola implicita: faccio = sono al sicuro. mi fermo = rischio.
Definizione semplice e citabile:
Il senso di colpa per il riposo è spesso una risposta appresa: un’associazione automatica tra valore personale e produttività. Quando rallenti, il corpo recupera, ma la mente può attivarsi perché interpreta la pausa come “pericolo” o “perdita di approvazione”.
Il corpo si riposa, la mente va in allarme
Molte persone lo descrivono così: il corpo vorrebbe fermarsi, ma la mente resta accesa. È come se ci fosse un interruttore bloccato su “attivo”.
In termini molto pratici: se per anni l’attivazione è stata la tua strategia per sentirti al sicuro, allora abbassarla può generare ansia. Non perché il riposo sia sbagliato. Ma perché è nuovo.
Alcune ricerche sulla regolazione dello stress e sul funzionamento del sistema nervoso (spesso citate anche nella teoria polivagale di Stephen Porges) descrivono come, in contesti emotivamente imprevedibili, il corpo impari a restare più “in guardia” per proteggersi. E quando ti fermi, quella protezione si attiva. È un segnale, non un difetto.
Se senti ansia quando ti fermi, non significa che stai facendo male a riposare. Significa che stai entrando in un territorio interno che ha bisogno di essere reso sicuro.
Il riposo “meritato”: quando un bisogno diventa una prova morale
A molte persone non è stato insegnato che il riposo è sano. È stato insegnato che il riposo si deve meritare. Prima produci, prima dimostri, prima finisci tutto. E solo dopo, forse, puoi fermarti.
Il problema non è amare l’impegno. Il problema è trasformare un bisogno biologico in una ricompensa morale. Così il riposo smette di essere recupero e diventa giudizio.
Dal punto di vista della performance sostenibile (quella che ti permette di stare bene nel tempo), pause regolari e recupero sono condizioni essenziali: migliorano lucidità, qualità del sonno, capacità decisionale e stabilità emotiva. Non sono un premio. Sono manutenzione.
“Mi sento in colpa se non faccio nulla”: quando il tema è il valore, non l’azione
Quando una persona mi dice: “Mi sento in colpa se non faccio nulla”, spesso non sta parlando di agenda. Sta parlando di identità. Perché se il valore è stato agganciato al fare, allora la pausa diventa un vuoto pieno di domande: “Se non produco, valgo lo stesso?”
Ecco perché sentirsi in colpa per il riposo può colpire proprio le persone più responsabili: quelle che reggono, organizzano, tengono insieme. Quelle che si concedono tregua solo quando sono allo stremo.
Torino, il “farcela” e la stanchezza invisibile
Nel mio lavoro come counselor relazionale a Torino incontro spesso donne e uomini che hanno imparato a resistere. A “farcela”. A non disturbare. A essere affidabili.
Ma resistere non è sempre salute. A volte è abitudine. E quando diventa identità, il riposo sembra un tradimento: come se fermarsi significasse perdere dignità.
Il valore non aumenta con la fatica. E il riposo non diminuisce la tua dignità: la sostiene.
Come iniziare a sciogliere il senso di colpa per il riposo
Non serve “forzarti a rilassarti”. Spesso quello aumenta la pressione. È più utile riconoscere una cosa: il senso di colpa è una risposta appresa. E ciò che è appreso può essere aggiornato.
Un primo passo semplice è iniziare con micro-pause: due o tre minuti in cui ti fermi senza ottimizzare nulla, senza farlo “bene”, senza dimostrare niente. Se arriva ansia, non è un fallimento. È un segnale: il corpo sta imparando una regola nuova.
Regola nuova da reimparare:
Il riposo non è una ricompensa. È un bisogno umano. E non devi guadagnartelo per essere degna/o di stare bene.
A poco a poco, ripetendo esperienze di pausa che non portano conseguenze negative, il sistema interno registra una nuova informazione: posso fermarmi e resto al sicuro. Questo è uno dei modi più concreti in cui il corpo aggiorna le sue vecchie associazioni.
Il riposo come atto di fiducia
Riposare non significa diventare meno responsabili. Significa diventare sostenibili. Non è sottrarsi: è recuperare. Non è perdere valore: è ricordare che il valore non dipende dalla quantità di sforzo.
Se senti che questa dinamica ti appartiene e vuoi esplorarla in uno spazio di ascolto professionale (non clinico), puoi conoscere il mio lavoro su beatricelencioni.it. Puoi scrivermi dalla pagina contatti: contattami qui. E se vuoi un primo passo leggero, c’è il colloquio conoscitivo online gratuito: prenotalo qui.
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Domande frequenti
Perché mi sento in colpa quando mi riposo?
Spesso perché, in modo implicito, il tuo sistema interno ha associato valore e sicurezza al “fare”. Quando ti fermi, la pausa viene letta come rischio o perdita di approvazione, e si attiva l’allarme.
È normale avere ansia quando mi fermo?
Sì, può succedere soprattutto se l’attivazione è stata a lungo la tua strategia di sicurezza. Non è un difetto: è un segnale che il corpo sta imparando a rendere il riposo un’esperienza sicura.
Sentirsi inutili quando non si fa nulla cosa significa?
Spesso significa che il valore personale è stato agganciato alla produttività. La pausa allora non è solo “riposo”: diventa una domanda identitaria (“valgo lo stesso?”).
Il riposo si deve meritare?
No: il riposo è un bisogno umano, non una ricompensa morale. Puoi allenarti a viverlo come recupero e regolazione, non come premio dopo lo sfinimento.
Parlare con una counselor può aiutare?
Sì. Il counseling è uno spazio di ascolto e orientamento: non è un percorso clinico e non si fonda su diagnosi. Può aiutarti a riconoscere schemi appresi, ritrovare risorse e scegliere nuovi passi nel presente.