
Rinascere in un corpo nuovo: un viaggio tra paura e speranza
Beatrice LencioniCondividi
“Lascia il corpo che ti ha protetto ma non ti serve più. Respira, muoviti, rinasci.”
Per anni, il tuo corpo è stato la tua casa. Ti ha accolto quando nessun altro sapeva farlo, ti ha protetto quando il mondo fuori era troppo rumoroso. Era il muro che schermava gli sguardi, lo scudo che filtrava ciò che poteva ferirti. Un custode silenzioso, sempre presente, pronto a mettersi tra te e tutto ciò che ti spaventava. Ti ha avvolto come un mantello, tenendoti al sicuro persino nei momenti in cui non riuscivi a farlo da solo.
E poi, a un certo punto, inizi a percepire che qualcosa sta cambiando. Che quel corpo, fedele compagno di tante battaglie, ha fatto il suo lavoro ma forse non ti serve più nello stesso modo. Che quella corazza, per quanto amata, è diventata pesante da portare. È come vivere un momento sospeso, in bilico tra gratitudine e insofferenza.
Ti rendi conto che non è facile lasciarlo andare. Nonostante i difetti, le limitazioni e le fatiche, è stato parte di te, ti ha dato un’identità. Forse ti ha anche permesso di evitare situazioni nelle quali non ti sentivi pronto. È stato un confine tra te e il mondo. Rinunciare a quella forma, a quella presenza così familiare, è un po’ come affrontare un piccolo lutto. Non un lutto che si piange apertamente, ma un dolore silenzioso che si insinua tra un respiro e l’altro.
È come guardare una vecchia fotografia: riconosci la persona che eri, ci provi tenerezza, ma sai che non sei più lì. E, come per ogni distacco, arrivano emozioni contrastanti. Da un lato c’è la voglia di libertà, dall’altro la paura di abbandonare ciò che hai sempre conosciuto. È in questo crocevia che nascono le domande più difficili: “Sarò pronto per un corpo diverso? E se poi non riuscissi a sentirmi a casa in questa nuova pelle?”.
Eppure, tra queste paure, cresce piano una speranza. Una speranza che all’inizio sembra quasi timida, ma che giorno dopo giorno diventa più forte. È la speranza di respirare senza fatica, di muoverti con agilità, di riscoprire gesti che ormai avevi dimenticato. Forse immagini di fare una passeggiata in montagna senza doverti fermare ogni dieci passi, o di giocare con i tuoi figli o nipoti senza l’affanno che ti obbliga a sederti dopo pochi minuti. Sogni di sentirti leggero nei movimenti, presente in ogni gesto, vivo fino in fondo.
È come se una parte di te fosse rimasta chiusa in un cassetto per troppo tempo e ora, finalmente, potesse tornare a respirare aria nuova. Ma per aprire quel cassetto, bisogna attraversare una soglia. E su quella soglia, spesso, si resta a lungo, indecisi se varcarla o meno.
Quando il corpo cambia, non cambia soltanto l’aspetto esteriore. Cambia il modo in cui ti percepisci, cambia la tua relazione con gli altri, cambia persino la sensazione che hai quando entri in una stanza. Il corpo è il nostro biglietto da visita silenzioso: parla di noi senza che diciamo una parola. Per questo, quando inizia a trasformarsi, può capitare di sentirsi un po’ spaesati.
Non è solo un fatto fisico: è una questione di identità. Ci si può sentire come un viaggiatore che arriva in una città nuova con una mappa vecchia: le strade non corrispondono più, i punti di riferimento sono cambiati. È naturale provare smarrimento. Ma, come in ogni viaggio, c’è anche curiosità: cosa troverò dietro l’angolo? Come sarà vivere in questo nuovo corpo?
Questa trasformazione è un passaggio potente, che tocca corde profonde. Ti costringe a guardarti dentro, a chiederti chi sei senza quella corazza che ti ha protetto così a lungo. Ti mette di fronte al fatto che non sei solo il tuo aspetto, ma anche la storia che porti e il modo in cui scegli di raccontarla.
Ho conosciuto persone che hanno vissuto questo cambiamento come una liberazione immediata. Il giorno in cui hanno iniziato a sentire il corpo più leggero, hanno percepito di poter correre incontro a una vita nuova. Altri, invece, hanno avuto bisogno di tempo per abituarsi. Per alcuni il primo impatto è stato quasi straniante: “Sì, sono io… ma non mi riconosco ancora del tutto”.
C’è chi mi ha confidato: “Mi manca il mio vecchio corpo, nonostante fosse un peso per me. Era il mio, lo conoscevo bene. Questo nuovo corpo è bello, ma mi sembra estraneo”. Parole che svelano un aspetto spesso taciuto: anche il cambiamento positivo porta con sé momenti di nostalgia.
Non si parla abbastanza del lutto per il corpo che si lascia. Non è un lutto doloroso come la perdita di una persona amata, ma ha il suo peso emotivo. È la fine di un capitolo, con tutte le emozioni che una fine comporta. E, come ogni fine, apre inevitabilmente a un nuovo inizio.
All’inizio può sembrare un salto nel vuoto, ma in realtà è un attraversamento. La paura è comprensibile: è la paura di non sentirsi pronti, di non saper abitare un corpo nuovo. È come trasferirsi in una casa completamente diversa: non sai ancora dove riporre le tue cose, ti sembra che le stanze abbiano un’eco strana, non hai ancora preso le misure dei mobili.
Ma con il tempo, inizi a mettere a posto un oggetto alla volta, a riconoscere il suono dei tuoi passi sul pavimento, a capire dove entra la luce migliore. Allo stesso modo, impari a conoscere questo nuovo corpo, a muoverti dentro di lui senza sentirti un ospite. E piano piano, quel senso di estraneità si trasforma in familiarità.
Ci sono momenti in cui il cambiamento regala piccole grandi vittorie. Un giorno sali le scale e ti accorgi che non hai bisogno di fermarti a metà. Un pomeriggio giochi con un bambino e ti rendi conto che non devi cercare subito una sedia per riprendere fiato. Una mattina ti guardi allo specchio e, per la prima volta, sorridi senza pensare a quello che vorresti cambiare.
Sono momenti preziosi, che raccontano più di qualsiasi fotografia. Sono istanti in cui il corpo e l’anima si riallineano, e la fatica degli inizi lascia spazio alla gratitudine.
In questo percorso, avere qualcuno al tuo fianco può fare la differenza. Non qualcuno che ti dica cosa fare o come farlo, ma qualcuno che ti ascolti davvero. Qualcuno che non giudichi le tue paure, che sappia accogliere anche i tuoi dubbi, che ti aiuti a dare un nome a ciò che provi.
Il cambiamento del corpo non è un viaggio da affrontare in solitudine. Può essere un percorso di scoperta interiore che si arricchisce grazie a un ascolto empatico e a uno spazio sicuro dove esplorare emozioni e pensieri. È questo il senso del lavoro che faccio ogni giorno: camminare insieme a chi sta attraversando questa trasformazione, offrendo strumenti per comprendere, accogliere e integrare ciò che sta vivendo.
Se senti che è arrivato anche per te il momento di iniziare, puoi trovarmi su beatricelencioni.it, dove ti racconto il mio approccio e come posso accompagnarti passo dopo passo. E se vuoi parlarmene in modo più diretto, puoi scrivermi dalla pagina dei contatti o prenotare un colloquio gratuito.
Una parte fondamentale di questo processo è imparare ad ascoltare il proprio corpo. Non solo osservarlo, ma percepirlo dall’interno. Spesso siamo abituati a guardare il corpo come qualcosa da valutare esteticamente, mentre dimentichiamo che è anche un prezioso strumento di comunicazione con noi stessi.
Il corpo parla attraverso sensazioni, tensioni, piccoli segnali. Saperli ascoltare è una forma di cura profonda. Ci sono pratiche come il Focusing che aiutano proprio a fare questo: restare in contatto con le sensazioni fisiche senza giudicarle, lasciando che diventino una bussola capace di orientarti nel cambiamento. È un ascolto silenzioso, ma trasformativo, che rende il viaggio verso un nuovo corpo più consapevole e meno spaventoso.
E poi c’è la narrazione. Raccontare la propria storia è un modo per dare senso alla trasformazione. Quando metti in fila i ricordi, le motivazioni, le tappe del cambiamento, inizi a vedere un filo conduttore. Ti accorgi che non è stato un evento isolato, ma il frutto di un percorso che avevi iniziato molto tempo prima, forse senza nemmeno rendertene conto.
Puoi scrivere per te stesso, registrare la tua voce, confidarti con qualcuno di cui ti fidi. Non importa la forma: ciò che conta è permettere a te stesso di rileggere il tuo viaggio. Questo ti aiuterà a integrare il nuovo corpo nella tua storia personale, senza sentire di aver perso qualcosa, ma con la consapevolezza di aver aggiunto un capitolo importante.
Il passaggio dalla paura alla fiducia avviene quasi senza accorgersene. All’inizio pensi di non farcela, poi un giorno ti ritrovi a sorridere perché hai fatto qualcosa che prima era impensabile. Scopri che puoi salire una collina, ballare a una festa, sederti per terra e rialzarti senza fatica. Ti accorgi che stai iniziando a fidarti di questo nuovo corpo, e che lui, a sua volta, si sta fidando di te.
E allora capisci che non si tratta solo di cambiare forma, ma di ricominciare a vivere. Di dare al corpo la possibilità di essere di nuovo un alleato, non un ostacolo. Di ritrovare un’armonia tra quello che senti dentro e quello che mostri fuori.
Accogliere un nuovo corpo significa accogliere una nuova vita. Non perché cambi tutto da un giorno all’altro, ma perché cambia il modo in cui ti muovi nel mondo. Cambia la tua energia, il tuo sguardo, il tuo rapporto con te stesso e con gli altri.
Il corpo non è il nemico: è un compagno di viaggio. Ha bisogno di attenzione, di rispetto e di gratitudine. E tu meriti di sentirti a casa, qualunque sia la forma che il tuo corpo prende.
Il cambiamento è un atto di fiducia. Fiducia nel futuro, fiducia in te stesso, fiducia nella possibilità di essere felice in una pelle nuova. Se sei pronto o pronta a fare questo passo, ricorda che non sei solo. Io ci sono, e insieme possiamo trasformare questa paura in un’occasione di rinascita.