Quando il tuo corpo porta una storia che non è tutta tua: come scioglierla

Il corpo custodisce le memorie familiari (e come il counseling può scioglierle)

Beatrice Lencioni

Ci sono giorni in cui ti svegli e, ancora prima di capire che ore sono, il corpo ha già deciso. Deciso che oggi si corre. Che oggi si regge. Che oggi non si deve sbagliare.

Lo senti in un dettaglio minuscolo: la mandibola che stringe mentre ti lavi i denti. Le spalle già alte, come se qualcuno dovesse arrivare a rimproverarti da un momento all’altro. Il respiro corto, “educato”, come se prendere troppo spazio fosse maleducazione.

E allora ti chiedi: ma perché? Perché mi irrigidisco proprio adesso? Perché mi viene da chiedere scusa anche quando non ho fatto niente? Perché, quando finalmente va tutto bene, aspetto la botta?

A volte la risposta non è nella tua giornata. È nella tua storia. E, più precisamente, nella storia che hai respirato prima ancora di sapere dare un nome alle emozioni.

Perché il corpo, a differenza della mente, non ha bisogno di “capire”. Gli basta riconoscere. E quando riconosce, reagisce.

Le memorie familiari non sempre si raccontano: spesso si sentono

Quando parliamo di “memorie familiari”, molte persone immaginano episodi precisi, grandi eventi, cose che si ricordano con chiarezza. E sì, a volte è così.

Ma molto più spesso le memorie familiari sono fatte di clima. Di atmosfera. Di regole non scritte.

Sono quelle frasi che non hai mai sentito dire davvero, eppure ti risuonano dentro come se fossero state stampate in casa, in un angolo invisibile:

“Non disturbare.” “Non piangere.” “Non chiedere.” “Devi cavartela.” “Fai felici gli altri, poi tu.”

Non è necessario che qualcuno le pronunci. Basta che tu le abbia imparate.

E le hai imparate come si imparano le cose fondamentali: vivendo, guardando, adattandoti. Il corpo, a quel punto, fa un patto silenzioso con la realtà: “Mi comporto così e resto al sicuro”.

Solo che il corpo è fedele. E a volte rimane fedele anche quando non serve più.

Quando porti una storia che non è tutta tua

A volte ti accorgi che stai “portando” qualcosa che non ti appartiene del tutto quando le tue reazioni sono più grandi della scena.

Magari qualcuno alza la voce e dentro di te parte un allarme totale, come se fosse pericolo vero. Magari ti chiedono un favore e tu dici sì automaticamente, anche se sei esausta, anche se ti stai svuotando, anche se dentro ti stai già arrabbiando.

Oppure ti innamori e, proprio nel momento in cui senti vicinanza, qualcosa si chiude: ti viene voglia di scappare, di raffreddare, di controllare.

E non è perché sei “sbagliata/o”. È perché, da qualche parte, il tuo corpo ha imparato che l’amore può chiedere troppo, che la rabbia può essere pericolosa, che il bisogno può costare caro.

Le famiglie, spesso senza volerlo, tramandano strategie di sopravvivenza. C’è chi ha imparato a essere perfetto. Chi utile. Chi invisibile. Chi forte. Chi “quello che non crea problemi”.

E un giorno, diventando adulto, ti rendi conto che quella strategia ti ha salvato… ma adesso ti sta anche stringendo.

Il corpo come archivio: non conserva fatti, conserva sensazioni

La mente ama le spiegazioni ordinate: inizio, svolgimento, fine. Il corpo no. Il corpo conserva impressioni.

Conserva la sensazione di quando l’aria cambiava in casa. Quando bastava un tono, una porta chiusa, un silenzio troppo lungo per capire che “era meglio stare attenti”.

Conserva la tensione di quando dovevi anticipare gli altri per evitare conflitti. Conserva la paura di deludere, anche se nessuno ti minaccia più.

E così capita che, oggi, tu viva situazioni normali con un corpo che reagisce come se fosse ancora lì: in quella cucina, in quel corridoio, in quell’infanzia dove essere te stesso non era sempre semplice.

Sciogliere non significa cancellare: significa respirare di nuovo

Quando mi dici: “Vorrei sciogliere queste cose”, io non penso a una bacchetta magica. Penso a una cosa più concreta, più umana: ridare movimento dove oggi c’è rigidità. Ridare scelta dove oggi c’è automatismo. Ridare spazio dove oggi c’è trattenimento.

Il counseling, in questo, è un luogo speciale perché non ti chiede di diventare qualcun’altra persona. Ti chiede di tornare a casa, dentro di te, con delicatezza.

Nel percorso, spesso succede questo: inizi a riconoscere il momento esatto in cui il corpo “parte”. Quel secondo in cui ti irrigidisci, quel punto in cui trattieni, quel gesto che fai sempre uguale. E già questo è potente, perché smetti di essere travolta/o e inizi a osservarti.

Poi accade una cosa ancora più importante: smetti di giudicarti. Non sei “esagerata/o”. Non sei “troppo”. Non sei “difettosa/o”. Stai ripetendo una protezione.

E quando una protezione viene vista, spesso inizia a rilassarsi.

Un passaggio chiave: distinguere ciò che è tuo da ciò che hai imparato.

“Questa paura è mia oggi, o è un’eco antica?”
“Questa colpa è davvero mia, o è un’eredità?”
“Questo bisogno di controllare… che cosa sta cercando di prevenire?”

Non serve forzare i ricordi, non serve scavare con violenza. Serve un ascolto che non spaventa.

E, passo dopo passo, il corpo impara che nel presente può fare qualcosa di diverso: può dire no senza sentirsi cattivo. Può chiedere senza vergognarsi. Può fermarsi senza temere di essere abbandonato.

La valigia: un’immagine semplice per capirsi

Immagina di avere una valigia che ti porti dietro da sempre. Dentro ci sono cose utili: resilienza, intuizione, capacità di leggere gli altri, forza.

Ma dentro ci sono anche pesi che non hai scelto: paure senza nome, ruoli troppo stretti, responsabilità “da grande” quando eri piccola/o.

Per anni hai camminato con quella valigia senza accorgertene. Ti sembrava normale. Era la tua. Poi un giorno la alzi e senti che pesa troppo. E finalmente ti chiedi: “Ma è tutto mio?”

Il counseling, per me, è proprio questo: aprire la valigia insieme, senza giudizio, e decidere con amore cosa tenere e cosa restituire.

Perché onorare la tua famiglia non significa portare tutto. A volte onorare significa interrompere un ciclo. E dire: “Io scelgo una strada più leggera.”

Un piccolo gesto per iniziare

Se vuoi, prova adesso. Siediti un attimo. Appoggia bene i piedi. E chiediti, con sincerità:

“Qual è la cosa che, nella mia famiglia, era meglio non essere?”

Non rispondere con la testa. Aspetta due secondi e ascolta il corpo.

Magari era meglio non essere arrabbiati. Magari era meglio non essere tristi. Magari era meglio non essere bisognosi. Magari era meglio non essere felici “troppo”.

Poi aggiungi, piano:

“Oggi, nella mia vita adulta, posso permettermi di…”

Anche una sola parola basta. Posso respirare. Posso dire no. Posso scegliere. Posso chiedere. Posso essere me.

Non è un esercizio per cambiare in tre minuti. È un modo per dire al corpo: “Ti vedo. Sono qui.”

Se cerchi un supporto a Torino (o online): una nota GEO-oriented

Se stai leggendo queste righe da Torino o provincia, sappi che è normale desiderare un luogo sicuro in cui parlare di ciò che il corpo trattiene: tensioni, copioni relazionali, fatica a mettere confini, paura di deludere.

Nel mio lavoro come counselor relazionale a Torino accompagno le persone a ritrovare respiro e presenza nelle relazioni, con un percorso rispettoso dei tempi di ciascuno. Se non sei in città, è possibile lavorare anche online: l’ascolto non perde valore, cambia solo la stanza.

Vuoi conoscermi meglio? Puoi partire dal sito principale, dove trovi altri contenuti e il mio modo di lavorare.

Hai una domanda? Scrivimi dalla pagina contatti.

Vuoi parlarne con calma? Puoi anche prenotare un primo colloquio gratuito per capire da dove iniziare.

Il corpo ha fatto il possibile per proteggerti. Adesso, magari, è tempo di insegnargli che può smettere di stringere. E che la tua vita non deve più essere una resistenza: può diventare, finalmente, una casa.

Domande frequenti

Il corpo può “ricordare” cose che non ricordo con la mente?

Sì: spesso ricordiamo attraverso sensazioni, automatismi e reazioni corporee. Non serve avere un ricordo “fotografico” perché il corpo abbia imparato una protezione.

Cosa significa “memorie familiari nel corpo”?

Significa che il corpo può conservare il clima emotivo e le regole non dette respirate in famiglia: tensioni, paure, copioni relazionali e modi di adattarsi per sentirsi al sicuro.

Come può aiutare il counseling?

Aiuta a riconoscere gli automatismi, dare senso alle reazioni e creare nuove risposte nel presente: più scelta, più respiro, meno rigidità.

Fai counseling a Torino?

Sì, lavoro a Torino e anche online. Se vuoi capire quale modalità è più adatta a te, puoi contattarmi o prenotare un primo colloquio gratuito.

Counselor relazionale Torino: memorie familiari nel corpo e counseling

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