Guarire non significa aggiustarsi: ricordare di essere sempre stati abbastanza
Beatrice LencioniCondividi
TL;DR
Guarire non è cambiare chi sei, ma smettere di raccontarti che sei sbagliata/o. In questo articolo ti accompagno a immaginare di sederti accanto al tuo sé più giovane, di tenergli la mano e dirgli: “Sei sempre stato abbastanza”. Da lì nasce un nuovo modo di parlarti, di scegliere relazioni più sane e, se lo desideri, di farti accompagnare in un percorso di counseling relazionale a Torino e online.
C’è un’idea sottile che ci accompagna per anni, a volte per tutta la vita:
“Io sono da aggiustare.”
Non ce lo diciamo sempre così, in modo esplicito. Ma si infiltra nei pensieri:
“Quando sarò meno sensibile… Quando smetterò di avere paura… Quando non mi arrabbierò più così… allora sarò a posto.”
Il pensiero da cui nasce questo articolo è un piccolo terremoto gentile dentro questa logica:
Guarire non significa aggiustare se stessi, ma ricordare che non si è mai stati rotti.
Significa sedersi accanto al sé più giovane, tenergli la mano e dirgli:
«Sei sempre stato abbastanza».
Mentre scrivo, lo immagino proprio: un te più piccolo, magari con uno zainetto sulle spalle, o seduto sul letto della sua cameretta. Nessuno gli ha spiegato davvero cosa farne di tutte quelle emozioni, di quella paura di sbagliare, di quel bisogno enorme di essere visto, scelta/o, amata/o.
E allora oggi, da adulta/o, ti siedi lì accanto. Non per cambiarlo, non per rimproverarlo… ma per dirgli una frase che forse nessuno gli ha mai detto con calma:
“Così come sei, sei abbastanza.”
Da lì, comincia un altro modo di intendere la guarigione.
Il mito dell’“aggiustarsi”: quando ci vivi come un problema da risolvere
Per anni possiamo vivere come se fossimo un cantiere aperto.
Ogni difetto da limare, ogni emozione “troppo”, ogni bisogno “eccessivo” diventa una prova che qualcosa in noi è rotto.
Il mito dell’“aggiustarsi” si manifesta in tanti modi:
- cercare sempre un nuovo metodo per diventare “più forte”, “più zen”, “più produttiva/o”, come se il punto fosse eliminare il lato vulnerabile;
- sentirsi in colpa quando stiamo male, come se la sofferenza fosse la prova che non abbiamo “lavorato abbastanza su di noi”;
- vivere le relazioni come esami: se qualcuno si allontana, dev’essere perché “non valgo”, “sono troppo”, “non sono mai abbastanza”.
Questa visione è crudele perché trasforma il dolore in colpa.
Non solo sto male… ma mi racconto anche che è colpa mia, perché non sono riuscita/o a “aggiustarmi”.
La verità è che molte delle tue reazioni di oggi sono nate per proteggerti, in momenti in cui eri più piccolo/a e avevi a disposizione solo gli strumenti che avevi allora.
Non sono il segno che sei “rotto”: sono la prova che hai fatto del tuo meglio per cavartela in situazioni difficili.
Guarire, allora, non è sradicare quelle parti, eliminarle o zittirle.
È guardarle con uno sguardo nuovo, più grande, più adulto, più gentile.
“Non sei mai stato rotto”: cosa significa davvero?
Dire “non sei mai stato rotto” non vuol dire che non ti sia successo niente di doloroso.
Non vuol dire minimizzare le ferite, le mancanze, le assenze, i rifiuti che hai vissuto.
Vuol dire qualcosa di diverso, più sottile e più profondo:
- che il tuo valore non è mai stato in discussione, nemmeno quando hai sbagliato, nemmeno quando ti sei sentita/o rifiutata/o;
- che la tua sensibilità, la tua paura, la tua rabbia non sono difetti strutturali, ma reazioni umane ad esperienze umane;
- che la parte più vera di te – quella che sente, che desidera, che cerca connessioni sincere – non si è mai rotta, anche quando si è nascosta per proteggersi.
Molte persone in studio mi dicono:
“Come faccio a fidarmi di me, se ho sempre la sensazione di essere sbagliata/o?”
Di solito non cominciamo da una tecnica, ma da una domanda silenziosa:
“Quando hai iniziato a crederlo?”
A volte è una frase detta da un adulto, una risata al momento sbagliato, una volta in cui ti sei sentita/o esclusa/o, o il peso di dover essere “brava/o” a tutti i costi.
In quell’istante, dentro, può essersi formata una crepa. Ma la crepa non è la persona. È solo la traccia di un’esperienza.
Ricordare di non essere mai stati rotti significa riportare luce lì, non per cancellare la storia, ma per raccontarla con parole nuove.
Significa poter dire:
“Sì, lì ho sofferto. Lì mi sono sentita/o non abbastanza. Ma io non mi esaurisco in quell’episodio. C’è molto di più in me.”
Sedersi accanto al sé più giovane: l’immagine che può cambiare tutto
Prova a fare un piccolo esercizio di immaginazione mentre leggi.
Non serve chiudere gli occhi, basta rallentare un momento.
Immagina di entrare in una stanza dove c’è una versione più giovane di te.
Ha l’età in cui hai iniziato a sentirti fuori posto, o quella in cui hai vissuto un momento che ancora oggi ti pesa addosso.
È seduta/o sul letto, o per terra, o su una sedia troppo grande.
Non ti avvicini per rimproverarla/o:
non sei lì per dirle/gli “dovevi reagire diversamente”, “avresti dovuto essere più forte”.
Ti siedi accanto.
Alla stessa altezza.
Magari all’inizio in silenzio.
Forse quel sé più giovane non ti guarda neppure subito: è abituato a sentirsi poco visto, a farsi piccolo.
Allora tu resti.
Respiri.
Poi, piano, gli porgi la mano.
Non per trascinarlo via, ma per fargli sentire che non è solo.
E a un certo punto, con la voce che hai adesso, adulta, gli dici:
“Non c’era niente di sbagliato in te.
Sei sempre stato abbastanza, anche quando nessuno lo vedeva.
Anche quando tu stessa/o hai iniziato a dubitarne.”
Questa scena non è una fantasia inutile.
È un modo simbolico per iniziare a cambiare la posizione da cui guardi la tua storia.
Non sei più il bambino o la bambina che si sente sbagliata/o.
Sei l’adulta/o che può prendersi cura di quella parte.
La guarigione, spesso, comincia così:
non quando trovi la soluzione perfetta ai problemi, ma quando smetti di identificarti solo con la parte ferita e scopri che c’è in te una presenza capace di ascoltare, tenere la mano, restare.
Come si traduce questo nella vita quotidiana
Va bene l’immagine, ma poi?
Come si porta questa qualità di sguardo nella vita di tutti i giorni, tra lavoro, famiglia, impegni, stanchezza?
Non serve stravolgere tutto. A volte bastano piccole svolte di sguardo.
1. Cambiare il modo in cui ti parli
Ogni volta che ti sorprendi a dirti “Sono un disastro”, “Non combino mai niente di buono”, puoi fermarti un secondo e chiederti:
“Parlerei così a quel me più piccolo seduto accanto a me?”
Se la risposta è no – e di solito è no – puoi provare un’alternativa.
Non una frase zuccherosa e finta, ma qualcosa di semplice e vero, come:
- “In questo momento sto soffrendo, non sono un disastro: sono una persona in difficoltà.”
- “Non è andata come speravo, ma questo non definisce il mio valore.”
- “Ho il diritto di imparare, non devo essere perfetta/o al primo colpo.”
È un allenamento, non un interruttore.
Ma ripetuto nel tempo rimette a posto tante cose dentro, in modo molto più profondo di mille rimproveri.
2. Imparare a stare nelle emozioni (senza giudicarle)
Guarire non vuol dire smettere di provare paura, tristezza, rabbia.
Vuol dire imparare a starci dentro senza vergognarsene.
Quando ti senti sopraffatta/o, invece di pensare “Ecco, sto esagerando, sono sempre il solito caso senza speranza”, puoi provare a dire:
“Questa emozione è intensa. Cosa mi sta raccontando di me, di ciò che conta davvero per me?”
A volte la rabbia segnala un confine violato.
La tristezza parla di qualcosa o qualcuno che è importante.
La paura mette in evidenza ciò che vorresti proteggere.
Non sono prove che sei rotto/a.
Sono messaggi.
3. Chiedere aiuto non perché sei debole, ma perché meriti sostegno
Una delle frasi più potenti che sento spesso in studio è:
“Pensavo di dovercela fare da sola/o.”
Come se chiedere aiuto fosse l’ammissione definitiva di essere difettosa/o.
In realtà, è il contrario: è riconoscere di valere abbastanza da meritare qualcuno che si sieda accanto a te e ti aiuti a guardare meglio dentro la tua storia.
Se senti che da solo/a giri in tondo, che continui a ripetere gli stessi copioni nelle relazioni, che la voce “non sei abbastanza” è sempre in sottofondo, chiedere aiuto è un atto di cura, non di fallimento.
Sul mio sito beatricelencioni.it racconto qualcosa in più di chi sono e del mio modo di lavorare come counselor relazionale e olistica a Torino e online. Se senti che il mio modo di guardare la guarigione risuona con il tuo, puoi esplorare da lì il passo successivo.
Quando il passato frena il presente: integrare, non cancellare
Ci sono esperienze che sembrano continuare a vivere nel presente:
relazioni in cui ti senti sempre a rischio di essere rifiutata/o, situazioni in cui ti blocchi, paure che non riesci a spiegarti razionalmente.
Molte persone arrivano al counseling proprio con questa sensazione:
“So che razionalmente non dovrei starci così male… ma dentro è più forte di me.”
La tentazione è pensare:
“Devo eliminare questa parte, devo smettere di sentire così.”
Ma, di nuovo, la guarigione non passa dal cancellare, bensì dall’integrare.
Integrare significa:
- riconoscere che quella reazione ha una storia, non nasce dal nulla;
- dare un contesto a ciò che provi: “Non sono esagerata/o, sto reagendo con la sensibilità di quella parte più giovane che ha davvero vissuto qualcosa di pesante”;
- aggiungere oggi risorse che allora non avevi: la tua età adulta, magari relazioni più sane, strumenti per prenderti cura di te.
In un percorso di counseling relazionale lavoriamo proprio su questo:
mettere in dialogo il tuo presente con quel passato che ancora ti condiziona, in uno spazio in cui non devi dimostrare niente, non devi “performare” guarigione, ma puoi esserci così come sei.
Se vuoi capire come può funzionare concretamente per te, nella pagina del colloquio online gratuito trovi spiegato come prenotare un primo incontro di 30 minuti, senza impegno: uno spazio per capire se e come posso esserti utile, sia che tu sia a Torino sia che tu ti colleghi da un’altra città.
Il counseling come luogo in cui sedersi accanto al tuo sé più giovane
Quando una persona entra in studio (o su Zoom), per me non entra “un problema”.
Entra una storia.
Entra una serie di capitoli, alcuni luminosi, altri pieni di pagine sgualcite, cancellature, interruzioni brusche.
Il mio lavoro, come counselor relazionale, non è “aggiustarti”.
È sedermi accanto a te, metaforicamente e concretamente, e tenere lo spazio mentre tu ricominci a parlare con quella parte più giovane di te.
Significa:
- ascoltare senza fretta, dando dignità a ciò che hai vissuto;
- aiutarti a mettere ordine tra pensieri, emozioni, bisogni;
- sostenerti mentre impari a dire “no” dove per anni hai detto “sì” per paura di perdere l’altro;
- accompagnarti a costruire relazioni in cui non devi continuamente guadagnarti il diritto di esistere.
Ricevo a Torino e lavoro anche online con persone che vivono in altre città italiane o all’estero.
Se senti il bisogno di confrontarti, puoi scrivermi dalla pagina contatti del sito: lì trovi il modulo e i riferimenti per contattarmi in modo semplice.
Guarire, in questo senso, è un cammino in cui non sei più solo/a con quella voce che dice “non vali abbastanza”.
È un percorso in cui, passo dopo passo, inizi a crederci davvero:
non sei rotto, non sei da aggiustare.
Sei una persona in cammino che merita cura, rispetto e spazio per fiorire.
Domande frequenti sulla guarigione interiore (FAQ)
1. Se mi sento sempre “sbagliata/o”, vuol dire che non guarirò mai?
No. Sentirti “sbagliata/o” è spesso il risultato di messaggi ricevuti, di confronti continui, di relazioni in cui ti sei adattata/o per non perdere l’altro. Guarire non significa cancellare tutto questo, ma rimettere a fuoco il tuo valore, imparare a parlarti in modo diverso e a scegliere contesti più sani. Con il tempo, questa sensazione di “sbaglio” può attenuarsi molto.
2. Cosa vuol dire “sedersi accanto al sé più giovane” nella pratica?
È un’immagine che uso spesso per indicare un atteggiamento interno: invece di giudicarti per come reagisci, ti chiedi quale parte più giovane di te sta parlando in quel momento. In counseling possiamo lavorare concretamente su questo, con esercizi di immaginazione guidata, scrittura o dialoghi interiori che ti aiutano a trasformare il modo in cui ti vedi.
3. Come faccio a capire se è il momento giusto per chiedere aiuto?
Di solito è il momento giusto quando senti di non voler più fare tutto da solo/a, quando i soliti tentativi non bastano più, o quando la fatica emotiva inizia a riflettersi sul corpo, sul sonno, sulle relazioni. Non serve “toccare il fondo” per chiedere aiuto: puoi farlo anche solo perché desideri stare meglio e conoscerti più a fondo.
4. Un percorso di counseling vuole cambiare la mia personalità?
No. Il counseling relazionale non punta a trasformarti in qualcun altro, ma a permetterti di abitare meglio chi sei, con più consapevolezza e rispetto di te. Spesso le persone scoprono di non essere “troppo sensibili”, “troppo intense” o “troppo fragili”, ma di aver semplicemente dovuto mettere da parte parti importanti di sé per sopravvivere in certi contesti.
5. Posso lavorare sul mio “sé più giovane” anche online?
Sì. Molti percorsi si svolgono online e possono essere comunque profondi ed efficaci. L’importante è creare uno spazio protetto, costante, in cui tu possa mostrarti per come ti senti davvero. Che tu sia a Torino o altrove, il dialogo con il tuo sé più giovane può avvenire con la stessa cura, anche attraverso uno schermo.