Effetto Rosenthal: quando le aspettative riscrivono chi sei
Beatrice LencioniCondividi
C’è una frase che mi torna spesso in mente quando ascolto le persone raccontarsi: “Io sono fatta così”. A volte lo dicono con rassegnazione, a volte con un sorriso ironico, altre con una specie di orgoglio difensivo, come se fosse una targhetta appesa al collo: non chiedermi altro, non pretendere altro, non aspettarti altro.
Eppure, dentro quella frase, quasi sempre, c’è una storia. Non una verità.
Negli anni Sessanta, in un contesto universitario che profumava di lavagne, camici bianchi e certezze granitiche, uno studioso iniziò a mettere il dito in una crepa che oggi, se ci fai caso, attraversa moltissime vite: le aspettative cambiano i risultati. Non solo perché influenzano gli altri. Ma perché finiscono per influenzare te, dall’interno, come una previsione che diventa realtà.
Non ti prometto miracoli, e non ti sto per dire “basta crederci”. Quello lo lasciamo ai poster motivazionali appesi male. Qui parliamo di qualcosa di più delicato e potente: come un’idea può diventare un’identità, e come un’identità può diventare una gabbia. E poi, con calma, come si può iniziare ad aprire quella gabbia senza sentirsi falsi.
Un esperimento degli anni Sessanta e una domanda scomoda
Quando si racconta l’effetto Rosenthal nelle versioni divulgative, spesso si aggiungono dettagli teatrali: risultati impressionanti, percentuali altissime, perfino tentativi di minimizzare la portata dello studio. Io su questo non voglio costruire sensazionalismo. Mi interessa la domanda scomoda che resta in piedi anche senza effetti speciali: che cosa succede quando qualcuno, in posizione di “autorità”, crede qualcosa di te? E che cosa succede quando quella cosa, piano piano, inizi a crederla anche tu?
È qui che la faccenda smette di essere “storia della psicologia” e diventa vita quotidiana. Perché l’autorità non è solo un professore. Può essere un genitore, un partner, un capo, un’amica, una nonna, un allenatore. E a volte, dopo un po’, l’autorità diventi tu, quando ripeti a te stessa o a te stesso quelle stesse frasi come fossero fatti.
Effetto Rosenthal: perché le aspettative cambiano i risultati
L’effetto Rosenthal, detto anche effetto Pigmalione, ruota attorno a un’idea tanto semplice quanto destabilizzante: se mi aspetto che tu sia capace, tenderò a trattarti come una persona capace. E quel “trattarti” non è solo gentilezza o complimenti. È tono di voce, spazio che ti do, fiducia che ti accordo, pazienza che uso quando sbagli, opportunità che ti offro, attenzione che ti dedico.
E ora arriva la parte più importante: quando vieni trattata o trattato come qualcuno che può riuscire, spesso inizi davvero a comportarti come qualcuno che può riuscire. Non perché improvvisamente sei diventata un’altra persona, ma perché si aprono possibilità nuove: provi di più, ti esponi di più, chiedi aiuto prima, ti arrendi meno in fretta, impari anche dagli errori invece di usarli come prova della tua “inadeguatezza”.
La profezia che si autoavvera, spiegata senza paroloni
Immagina di vivere con una previsione dentro. Una previsione non è un pensiero passeggero. È quella frase che ti guida come una mano invisibile. Se la previsione è “tanto non ce la faccio”, è facile che tu inizi a scegliere, ogni giorno, in modo coerente con quel copione. Magari non te ne accorgi nemmeno. Rimandi. Eviti. Ti prepari troppo. Ti prepari poco. Ti autosvaluti prima ancora di iniziare. Ti confronti con chi è già arrivato. Ti dici “non è il mio momento”. E alla fine, guarda caso, il risultato conferma la previsione.
Non è magia nera. È coerenza.
Il cervello ama la coerenza. Ama poter dire: “Visto? Avevo ragione.” Anche quando la ragione ti fa male.
Quando funziona “al contrario”: le etichette che ti stringono
Fin qui suona quasi “positivo”. Ma lo stesso meccanismo funziona anche al contrario. E qui riconosco moltissime storie che arrivano in studio, soprattutto da adulti che si sentono bloccati non dalla mancanza di capacità, ma da una specie di sentenza interna.
“Difficile.” “Lenta.” “Un fallimento.” “Troppo sensibile.” “Fredda.” “Instabile.” “Problematica.” “Non portato.”
Sono parole che a volte sono state dette una volta sola, in un momento sbagliato. Altre volte sono state ripetute così spesso che hanno smesso di sembrare parole e sono diventate identità.
“Difficile”, “lento”, “un fallimento”: parole che diventano identità
C’è una differenza enorme tra “oggi ho avuto difficoltà” e “io sono difficile”. Nel primo caso descrivi un’esperienza. Nel secondo descrivi chi sei.
E quando descrivi chi sei, il campo si restringe. Perché non ti muovi più da lì. Anche se cresci, anche se impari, anche se cambi, dentro resta quella targhetta. E ogni tentativo di uscire dalla gabbia viene sabotato da un pensiero semplice: “Sto fingendo. Non sono davvero così.”
Quante volte l’hai pensato? Quante volte ti sei trattenuta o trattenuto perché “non vuoi illuderti”? Ecco: spesso non è prudenza. È fedeltà alla vecchia previsione.
Il cervello come “cercatore di conferme”
C’è una cosa che ripeto spesso, con gentilezza, quando qualcuno mi dice: “Sento che mi autosaboto.” Io rispondo: “Forse non ti stai sabotando. Forse ti stai proteggendo.”
Perché se nella tua storia c’è la previsione “se mi espongo, mi faccio male”, il cervello non sta cercando la tua felicità: sta cercando la tua sicurezza. E per sentirsi sicuro, preferisce un dolore conosciuto a un futuro incerto.
E allora, se credi di essere “quello che fallisce”, inizierai a notare tutte le prove che confermano che fallisci. Se credi di essere “quella che non viene scelta”, noterai tutte le micro-scelte degli altri che sembrano escluderti. Se credi di essere “quello che non merita”, interpreterai ogni silenzio come rifiuto.
Se ti aspetti di cadere, inizi a camminare guardando il vuoto
È un’immagine semplice, ma funziona: se cammini guardando il vuoto, è più facile inciampare. Non perché sei incapace, ma perché la tua attenzione è già tutta lì.
E questo succede anche nelle relazioni. Se ti aspetti di non essere ascoltata, parlerai già con la difesa alzata. Se ti aspetti un giudizio, ti giustificherai prima ancora di essere attaccata. Se ti aspetti un abbandono, controllerai, stringerai, testerai, oppure farai la parte di chi “non ha bisogno di nessuno”. E poi, quando l’altro si stanca, la previsione torna a vincere: “Visto?”
Le aspettative piantate dentro di noi anni prima
Molti adulti non sono limitati dalle loro capacità. Sono limitati dalle aspettative piantate dentro decenni prima.
A me piace chiamarle “frasi-madre”. Non perché siano buone. Ma perché generano tutto il resto.
A volte arrivano dalla scuola, dove qualcuno ha scambiato un momento di fatica con un’etichetta. A volte arrivano dalla famiglia, dove eri “quella brava” e non potevi mai crollare, oppure “quello difficile” e non potevi mai essere tenero. A volte arrivano dalle relazioni, dove l’altro ti ha guardata o guardato sempre nello stesso modo, e tu hai iniziato a crederci perché, in fondo, quando ami qualcuno vuoi essere “leggibile” ai suoi occhi.
Scuola, famiglia, relazioni: chi ti ha scritto addosso un ruolo?
Fermati un secondo e prova a sentire, non a pensare: qual è il ruolo che ti porti dietro da sempre? Quella parte che ti viene naturale recitare anche quando sei stanca. Quella che gli altri si aspettano e tu, quasi senza accorgertene, confermi.
C’è chi ha imparato a essere impeccabile. Chi ha imparato a essere quello che “fa ridere”. Chi ha imparato a essere utile. Chi ha imparato a essere invisibile, perché così non dà fastidio e non viene ferito. Chi ha imparato a essere duro, perché la dolcezza non è stata al sicuro.
Ecco, l’effetto Rosenthal nella vita vera spesso non è un esperimento in aula. È questa scrittura addosso: aspettative che diventano costumi, costumi che diventano pelle.
Non ti serve motivazione: ti serve una nuova previsione di te
Qui arriviamo a un punto che mi sta particolarmente a cuore, perché vedo quanta sofferenza crea: l’idea che “mi manca motivazione”.
Molte persone si colpevolizzano così: “Non mi impegno abbastanza”, “Sono pigra”, “Non ho forza di volontà”. E intanto si perdono la cosa più importante: se dentro di te c’è una previsione opposta, la motivazione non basta.
Se la previsione è “tanto poi fallisco”, puoi anche motivarti come una molla. Ma appena arriva un ostacolo, l’interruttore scatta. E torni a casa, dentro, nella vecchia storia.
Non hai bisogno di motivazione. Hai bisogno di una previsione nuova che sia credibile, umana, sostenibile. Una previsione che non ti chieda di diventare un’altra persona, ma di diventare più vera o più vero.
Previsione nuova non significa “positività forzata”
Una previsione nuova non è: “Da domani mi amo e mi sento potente.” Quella è una frase che spesso non regge, perché non ha basi. E quando non regge, ti fa sentire peggio: “Vedi? Non funziona neanche questo.”
Una previsione nuova somiglia di più a: “Posso fare un passo piccolo senza distruggermi.” Oppure: “Posso imparare invece di giudicarmi.” Oppure ancora: “Non devo essere perfetta per meritare.”
Sono frasi meno scintillanti, ma molto più reali. E la realtà è l’unico posto dove il cambiamento dura.
Come si cambia previsione nella vita vera (senza fingere)
Ti dico come lavoro spesso, in modo semplice, quando una persona si sente incastrata nella propria etichetta. Non è una formula magica, è un percorso di contatto con sé.
Il primo passaggio è riconoscere la frase-madre. Quella frase che guida tutto. A volte è chiarissima, a volte è travestita da “realismo”. La senti quando fallisci, quando vieni criticata o criticato, quando qualcuno ti delude, quando ti senti esposta o esposto.
Il secondo passaggio è distinguere: questa frase è mia o l’ho imparata? Perché molte “verità” sono ereditate. Hanno l’intonazione di qualcuno. Hanno la durezza di qualcun altro. E tu le hai adottate per sopravvivere, non per fiorire.
Il terzo passaggio è creare una prova piccola, concreta, ripetibile, che sostenga la previsione nuova. Piccola è la parola chiave. Il cervello non cambia con gli slogan. Cambia con le prove.
Una prova piccola può essere dire un no gentile. Può essere chiedere aiuto. Può essere esporsi per cinque minuti e poi tornare a respirare. Può essere non cancellare un messaggio per la paura di sembrare “troppo”. Può essere presentarsi a un appuntamento senza recitare la parte di sempre.
E quando quella prova succede, anche solo una volta, la previsione nuova non è più fantasia. Diventa esperienza.
Relazioni: quando l’altro ti vede in un solo modo
C’è un aspetto dell’effetto Rosenthal che nelle relazioni è potentissimo: lo sguardo dell’altro.
Quando qualcuno ti guarda sempre nello stesso modo, tu inizi a comportarti in quel modo. È umano. È come se dicessi: “Ok, se questo è il ruolo che mi dai, almeno lo recito bene, così non mi perdi.” Ma il prezzo è alto: perdi te.
A volte succede in coppia. A volte con i genitori, anche quando sei adulta o adulto. A volte sul lavoro. E più quel legame conta, più lo sguardo pesa.
C’è una domanda che può fare da svolta, e te la lascio qui perché spesso apre una crepa buona: “Se io non fossi più quel ruolo, mi vedresti lo stesso?”
Non è una domanda per creare drammi. È una domanda per capire se c’è spazio per crescere insieme o se si sta solo confermando un copione.
E se c’è spazio, si può lavorare sui confini. Si può imparare a nominare quello che succede senza accusare. Si può iniziare a dire: “Quando mi parli come se io fossi sempre così, io mi restringo. E poi divento davvero così. Ma non è tutta la mia verità.”
Questo è già cambiare previsione. È scegliere una lettura più grande di te.
Se vuoi lavorarci con me (Torino e online)
Io sono Beatrice Lencioni e lavoro come counselor relazionale a Torino (e anche online). Nel counseling non si “aggiusta” una persona. Si crea uno spazio in cui rimettere ordine, ascolto e possibilità. Uno spazio dove le etichette possono tornare a essere parole, non gabbie. E dove la previsione su di te può diventare più tua.
Se mentre leggi ti sei riconosciuta o riconosciuto, non serve che tu faccia tutto da sola o da solo. A volte basta cominciare da una conversazione, con calma, senza giudizio.
Puoi contattarmi dalla pagina Contatti del sito e, se ti va, partire da un primo colloquio conoscitivo gratuito: non per “risolvere” in un’ora, ma per capire insieme da quale previsione stai vivendo oggi e quale spazio puoi aprire domani.
Perché il tuo potenziale non è fisso. Ma soprattutto, non è un dovere. È una possibilità che merita rispetto.
Colloquio gratuito: Prenota qui
Domande frequenti (FAQ)
Cos’è l’effetto Rosenthal in parole semplici?
È l’effetto per cui un’aspettativa (positiva o negativa) influenza il comportamento e finisce per cambiare i risultati, come una profezia che si autoavvera.
L’effetto Rosenthal vale anche per gli adulti?
Sì, perché le aspettative non riguardano solo la scuola: entrano nelle relazioni, nel lavoro, nell’autostima e nelle scelte quotidiane.
Perché le etichette fanno così male?
Perché non descrivono un comportamento: si incollano addosso come identità. E quando ti credi “quella persona”, inizi a cercare prove per confermarlo.
Come capisco qual è la mia “previsione” su di me?
Ascolta la frase che ti esce nei momenti difficili: “tanto non cambia”, “io sono fatta così”, “non ce la faccio”. Quella è spesso la previsione.
Si può cambiare previsione senza motivazione?
Sì. Non serve “caricarsi”: serve una previsione nuova che sembri credibile, sostenuta da micro-prove concrete e ripetibili.
Cosa posso fare se il mio partner mi vede sempre nello stesso ruolo?
Puoi iniziare portando attenzione al copione (“io faccio X, tu fai Y”), nominando l’effetto che ti fa e chiedendo uno spazio diverso, con confini chiari.