Abbraccio tra passato e presente | Counselor a Torino

Come superare la vergogna: quando smetti di nasconderti e inizi a tornare a te

Beatrice Lencioni

TL;DR

La vergogna non è un difetto del presente: spesso è una traccia antica che chiede integrazione, non giudizio. Quando impari a riconoscerla, può sciogliersi insieme a due strategie molto comuni: l’autosufficienza forzata e l’iper responsabilità nelle relazioni. E da lì può cominciare un passaggio semplice e potentissimo: “adesso ci sono io”.


Ci sono giorni in cui la vergogna non fa rumore. Non arriva con scene drammatiche, non urla, non sbatte porte. Si infila nei gesti piccoli: in una frase che ti trattieni, in una risposta che addolcisci, in un “va tutto bene” detto troppo in fretta. A volte la riconosco così: dalla fretta di apparire a posto.

Mi capita, anche oggi, di sentire quel movimento interno che conoscono in tanti: il desiderio di essere “giusta”, “capace”, “presentabile”. Di non disturbare. Di non mostrare l’angolo fragile. E mi accorgo che quel desiderio, sotto sotto, non è ambizione. È paura. Paura di essere vista davvero.

Se stai cercando come superare la vergogna, forse non ti serve l’ennesima lista di consigli. Forse ti serve sentirti compresa. Perché la vergogna è una sensazione che si scioglie soprattutto quando smette di essere segreta. Quando qualcuno la guarda con te senza metterti un’etichetta addosso. Quando tu, per prima o per primo, smetti di trattarti come un problema.

Io sono Beatrice Lencioni, counselor relazionale e olistica a Torino. Nel mio lavoro non “aggiusto” le persone e non prometto soluzioni miracolose. Accompagno, ascolto, creo spazio. Spazio perché tu possa riconoscerti e riprendere contatto con le tue risorse. E oggi voglio raccontarti la vergogna da un punto di vista diverso: non come una colpa, ma come un linguaggio. Un messaggio antico che, finalmente, può essere tradotto.

Quando la vergogna non parla del presente

La vergogna è strana. Ti fa credere che riguardi ciò che hai fatto… quando spesso riguarda ciò che temi di essere. Non è “ho sbagliato”, che sarebbe un’emozione già più vicina al cambiamento. È “sono sbagliata”. E quando una persona arriva a confondere l’errore con l’identità, comincia a vivere in difesa.

La vergogna, molte volte, non nasce dalla cattiveria di qualcuno. Nasce da un contesto dove non c’era abbastanza spazio per essere umani. Dove la sensibilità era troppo, la lentezza era troppo, le lacrime erano troppo. Dove l’amore sembrava arrivare solo se eri performante, utile, composto. E tu, per continuare ad appartenere, hai imparato a ridurti.

E qui arriva la prima frase che mi sta particolarmente a cuore: “andavi bene così.” Non è una frase motivazionale da incollare su un’agenda. È un permesso. È la restituzione di un diritto: il diritto di esistere senza dover meritare.

Quando davvero interiorizzi “andavi bene così”, succede una cosa delicata: la vergogna perde terreno. Perché la vergogna vive dove l’essere è sotto esame.

“Adesso ci sono io”: la svolta non è nel passato, è nel presente

C’è un’altra frase che, quando la pronuncio (a volte anche solo mentalmente), mi cambia la postura: “adesso ci sono io.”

Non è una frase che cancella ciò che è successo. È una frase che fa qualcosa di più utile: interrompe la solitudine nel presente. Perché la parte più giovane dentro di noi non chiede di essere salvata retroattivamente. Chiede di non essere lasciata sola oggi.

“Adesso ci sono io” significa presenza, ascolto, protezione. Significa iniziare una relazione con se stessi, invece di restare in modalità sopravvivenza. E qui arriva un punto centrale: molte persone che sembrano fortissime, autonome, instancabili… in realtà stanno solo continuando una strategia antica. Una strategia che aveva senso allora. Ma che oggi costa carissima.

Questa strategia ha un nome che negli ultimi anni sento sempre più spesso: autosufficienza forzata.

Autosufficienza forzata: quando “non ho bisogno di nessuno” non è libertà

L’autosufficienza, quella sana, è bellissima: è capacità di scegliere, di orientarsi, di stare in piedi. L’autosufficienza forzata invece nasce da un’altra radice: “se chiedo, non arriva nessuno” oppure “se chiedo, peso” oppure “se mi affido, rischio”.

Allora impari presto a fare da sola, da solo. A non dipendere. A non mostrarti. A non chiedere. E crescendo diventi competente, organizzata, affidabile. Magari diventi quella persona a cui tutti chiedono aiuto. Magari ti dicono spesso: “tu sì che sei forte”.

E dentro, però, c’è una stanchezza che non si vede. Una stanchezza che non viene dal fare tanto, ma dal fare tutto senza appoggio. E c’è una rabbia sottile, a volte: non contro gli altri, ma contro la sensazione di non potersi permettere di crollare mai.

Qui entra la frase che molte persone avrebbero avuto bisogno di sentire, con semplicità: “non dovevi farcela da solo.”
Dirlo non toglie dignità alla tua forza. Riconosce che quella forza, spesso, è nata da una mancanza.

Se vuoi capire come superare la vergogna, guarda dove ti sei convinta o convinto che essere bisognosi fosse sbagliato. Perché la vergogna, spesso, è l’ombra di un bisogno negato.

Iper responsabilità nelle relazioni: quando ami “tenendo insieme”

Quando l’autosufficienza forzata entra nelle relazioni, succede un’altra cosa molto comune: diventi iper attenta, iper attento. Leggi l’aria, anticipi i silenzi, aggiusti i toni. Ti prendi sulle spalle ciò che non ti appartiene. E senza accorgertene, vivi una forma di iper responsabilità nelle relazioni.

L’iper responsabilità nelle relazioni non è amore. È controllo travestito da cura. E non lo dico per colpevolizzare. Lo dico perché molte persone buone, sensibili, profonde, finiscono lì dentro senza volerlo. Perché un tempo hanno imparato che l’armonia dipendeva da loro. Che se qualcosa andava storto, era colpa loro. Che la pace si manteneva diventando piccoli, bravi, adattabili.

L’iper responsabilità nelle relazioni ha frasi tipiche:

“Se non lo faccio io, chi lo fa?”

“Devo capire, devo spiegare, devo aggiustare.”

“Se sto male, è perché sono troppo.”

E la vergogna, lì, diventa compagna fissa. Perché se ti prendi la responsabilità di tutto, inevitabilmente ti attribuisci anche il fallimento di tutto.

A un certo punto, in molte storie, arriva un momento in cui ti fermi e ti chiedi: “ma io, dove sono?” E spesso la risposta è un vuoto. Un vuoto pieno di doveri.

È qui che “adesso ci sono io” diventa un atto rivoluzionario.

“Non è colpa tua”: la frase più difficile da credere

C’è una frase che considero tra le più potenti e, paradossalmente, tra le più difficili da lasciar entrare: “non è colpa tua.”

Quando siamo piccoli interpretiamo il mondo in modo molto centrato su di noi. Se un adulto è assente, imprevedibile, emotivamente distante, il bambino non pensa “l’adulto è in difficoltà”. Pensa “c’è qualcosa che non va in me”. E quella conclusione può restare dentro anche quando la vita cambia.

Molti adulti portano una colpa silenziosa: non per ciò che hanno fatto, ma per ciò che sono. E la vergogna è spesso figlia di quella colpa.

“Non è colpa tua” non serve a puntare il dito contro qualcuno. Serve a rimettere la responsabilità dove deve stare. Serve a interrompere un circuito antico che ti fa pagare ancora oggi un conto che non hai emesso tu.

Quando questa frase comincia anche solo un po’ a fare spazio, succede qualcosa di concreto: smetti di difenderti da te stessa, da te stesso.

“Hai sofferto davvero”: quando la minimizzazione ti tiene bloccata

Un altro ostacolo gigantesco, quando si parla di vergogna, è la minimizzazione. Quante persone ho incontrato che, raccontando qualcosa di importante, aggiungevano subito: “ma in fondo non è stato così grave” oppure “c’è chi ha vissuto di peggio”.

Questa è una trappola: non perché tu debba trasformare la tua storia in tragedia, ma perché la minimizzazione ti impedisce di riconoscerti. E senza riconoscimento, la vergogna resta viva.

La frase “hai sofferto davvero” non è un invito a restare nel dolore. È un invito a dargli dignità. A smettere di negare ciò che il corpo e il cuore hanno registrato.

Come superare la vergogna senza combatterla

C’è un equivoco comune: pensiamo che superare la vergogna significhi eliminarla. In realtà, più cerchi di schiacciarla, più lei si irrigidisce. Perché la vergogna è anche un tentativo di protezione: ti dice “se ti mostri, potresti essere ferita o ferito”. È come una guardia del corpo troppo zelante.

Il passaggio non è “non provare vergogna”. Il passaggio è “posso provare vergogna e restare con me”. Posso sentire quell’ondata e non scappare. Posso respirare e non raccontarmi la solita storia: “sono sbagliata”.

Quando la vergogna arriva, prova a notare tre cose (senza farne un esercizio rigido, solo come curiosità gentile): dove si sente nel corpo, quale pensiero porta, quale azione ti spinge a fare (nasconderti? giustificarti? attaccare? compiacere?). Questo non è psicologese: è ascolto. È tornare presenti.

Ed è qui che la tua frase-ancora può diventare: “adesso ci sono io.”

Il punto non è diventare perfetti: è diventare veri

La vergogna spesso si incolla alla perfezione. Ti fa credere che sarai al sicuro solo quando sarai impeccabile. Ma l’impeccabilità è una gabbia: ti tiene occupata/o, ti dà un compito infinito, e intanto rimandi la vita vera.

La vita vera è fatta anche di “non lo so”, “mi sono spaventata”, “mi sono sentito piccolo”, “oggi non ce la faccio”. Dire queste frasi non ti rende debole. Ti rende umano. E nelle relazioni sane, l’umanità non è un difetto: è il linguaggio della fiducia.

Se vivi di autosufficienza forzata e iper responsabilità nelle relazioni, probabilmente sei bravissima/o a reggere. Ma ti chiedo una domanda semplice, di quelle che fanno un po’ tremare: chi regge te?

Torino, il ritmo delle giornate e quel “farcela” che pesa

A Torino vedo spesso persone che tengono duro. Non lo dico come stereotipo: lo vedo nei racconti, nel modo in cui molti arrivano al colloquio dicendo “non volevo disturbare” o “sono io che esagero”. È come se la dignità fosse legata alla resistenza.

Eppure la resistenza, quando diventa identità, si trasforma in solitudine. E la solitudine è terreno fertile per la vergogna: perché se nessuno ti vede davvero, inizi a pensare che forse non sei “vedibile”.

Non serve cambiare città o cambiare vita per cambiare questo schema. Serve cambiare posizione interna: passare da “devo farcela” a “posso esserci”. Passare da sopravvivenza a relazione. Con gli altri, ma soprattutto con te.

Un passaggio gentile: dalla vergogna alla cura

A volte immagino la vergogna come una stanza dove hai smesso di entrare. Hai lasciato lì dentro una parte di te che si è sentita troppo. Troppo sensibile, troppo bisognosa, troppo lenta, troppo intensa. E per anni hai tenuto chiusa quella porta, convinta che fosse più sicuro così.

andavi bene così.”

hai sofferto davvero.”

non dovevi farcela da solo.”

non è colpa tua.”

adesso ci sono io.”

Non sono formule magiche. Sono frasi che cambiano il modo in cui ti guardi. E quando cambia lo sguardo, cambia anche il corpo. Cambia il respiro. Cambia la possibilità di fidarti.

E nelle relazioni? Il coraggio di non fare più da sola/o

Quando la vergogna diminuisce, succede un fenomeno bellissimo: inizi a chiedere. Non per dipendere, ma per condividere. Inizi a dire “mi serve”, “ho bisogno”, “posso appoggiarmi?”. E se dentro di te scatta un allarme, lo riconosci: è la vecchia autosufficienza forzata che si agita. Non la insulti. La ringrazi per averti protetta. E poi scegli diversamente.

Nelle relazioni, l’iper responsabilità inizia a sciogliersi quando smetti di portare da sola/o il peso di due. Quando impari che non devi meritare amore tenendo tutto in equilibrio. Quando capisci che l’amore sano non ti chiede di sparire.

Se senti che queste parole toccano qualcosa di vero, sappi che non devi attraversare tutto questo da sola o da solo.

Io lavoro a Torino e anche online. Se vuoi conoscere il mio modo di accompagnare le persone puoi partire dalla pagina principale: beatricelencioni.it. Se senti che è il momento di parlare, puoi scrivermi dalla pagina contatti: contattami qui. E se ti farebbe bene un primo passo leggero, senza impegno, c’è anche il colloquio conoscitivo gratuito: prenotalo qui.


Domande frequenti

Come superare la vergogna senza sentirmi “stupida” per quello che provo?

La vergogna si scioglie quando smetti di giudicarla. Non devi dimostrare che “non ha senso”: devi riconoscere che per te, in qualche punto della storia, ne ha avuto. Trattati come tratteresti una persona che ami: con rispetto, non con sarcasmo.

Perché mi sento in colpa anche quando non ho fatto niente?

Per molte persone colpa e vergogna si confondono e diventano un’abitudine interna. Se da piccoli hai imparato che l’armonia dipendeva da te, è facile che oggi ti prenda responsabilità che non ti appartengono. Il lavoro sta nel rimettere i pesi al loro posto.

Cos’è l’autosufficienza forzata e perché mi fa stare male?

È la spinta a cavartela sempre da sola/o anche quando avresti bisogno di appoggio. Non è libertà: è protezione. Funziona per un po’, poi diventa fatica, distanza, e spesso alimenta la vergogna perché ti fa credere che avere bisogni sia sbagliato.

Come riconosco l’iper responsabilità nelle relazioni?

Quando ti senti responsabile del benessere emotivo dell’altra persona, quando “aggiusti” continuamente il clima, quando ti scusi troppo, quando hai paura di deludere e ti carichi anche ciò che non è tuo. È un modo di amare che spesso nasce dalla paura, non dalla fiducia.

Parlare con una counselor può aiutarmi se non voglio “fare terapia”?

Sì, perché il counseling è uno spazio di ascolto e orientamento: non è un percorso clinico e non si fonda su diagnosi. È un accompagnamento per fare chiarezza, riconoscere schemi relazionali, ritrovare risorse e scegliere passi possibili nel presente.

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