Un ponte tra sogni e realtà - Counselor Torino

Come lasciare andare il passato e tornare a vivere nel presente

Beatrice Lencioni

Smettere di vivere nel “come sarebbe stato”: il “come sarà”

Pubblicato il 02/02/2026 • Ultimo aggiornamento 02/02/2026
A cura di Beatrice Lencioni, counselor relazionale e olistica (Torino e online).

TL;DR

Vivere nel “come sarebbe stato” significa abitare una vita parallela, fatta di rimpianti e confronti continui. Lasciarla andare non è rassegnarsi: è fare pace con la tua storia così com’è, integrare ciò che è stato, e creare un “come sarà” reale nel presente. La felicità, spesso, non è la vita perfetta: è la pace con la vita vera.


Ci sono persone che non hanno un problema “visibile”. Lavorano, reggono, rispondono ai messaggi, pagano le bollette, sorridono quando serve. Eppure dentro hanno una stanza sempre accesa: quella del come sarebbe stato.

Come sarebbe stata la tua vita se fossi nata in una famiglia più “semplice”. Se quella persona ti avesse amata davvero. Se tu non avessi sprecato anni, energie, occasioni. Se avessi detto “no” prima. Se avessi creduto di più in te. Se… se… se…

All’inizio sembra perfino una forma di consolazione: almeno lì, in quel mondo immaginato, tutto avrebbe avuto un senso. Anche il dolore, anche la fatica, anche le mancanze. Solo che a lungo andare quel mondo diventa una prigione elegante: non fa rumore, non fa scandalo, ma ti ruba il presente con una precisione spaventosa.

Il paradosso è questo: mentre provi a capire “come sarebbe dovuta andare”, la vita di oggi passa… senza che tu la abiti davvero.

Cos’è il “come sarebbe stato” (e perché non è solo nostalgia)

Il “come sarebbe stato” non è il ricordo del passato. È un confronto costante tra la tua vita reale e una vita ideale. E il confronto, quasi sempre, lo perde la realtà. Perché l’ideale non invecchia, non sbaglia, non ha limiti. È perfetto proprio perché non esiste.

Molte persone mi dicono: “Non riesco a smettere di pensarci”. E io spesso rispondo con una domanda semplice: che cosa ti dà, quel pensiero? Perché sì, fa male… ma a volte tiene anche in piedi.

Il “come sarebbe stato” può diventare un rifugio quando la realtà è stata dura. Quando, da piccoli, non c’era abbastanza sicurezza, abbastanza ascolto, abbastanza amore “spiegato bene”. Allora la fantasia crea una casa alternativa: “Almeno nella mia testa avevo una madre che mi amava”. “Almeno nei miei pensieri quella persona restava”.

E capisci perché lasciarlo andare fa paura. Perché significa rimanere nella realtà senza scappatoie. Significa sentire il vuoto. Quello strano vuoto iniziale che arriva quando smetti di vivere divisa o diviso: una parte nel presente, una parte nel sogno.

Il vuoto che arriva quando lasci andare (e perché non è un segnale “brutto”)

Quando lasci andare il “come sarebbe stato”, all’inizio non arriva subito la gioia. Arriva un vuoto. E spesso quel vuoto viene interpretato male, come se fosse un errore: “Vedi? Sto mollando. Sto perdendo qualcosa.”

Ma quel vuoto è anche spazio. È come quando sposti un mobile che stava lì da anni: sotto c’è polvere, sì. Ma c’è anche pavimento. C’è casa. C’è possibilità.

Il vuoto dice: “Sto smettendo di riempire ogni istante con la mia vita ideale”. E all’inizio può tremare tutto, perché per anni quel sogno è stato familiare. Era un posto dove andare quando la realtà era troppo dura.

Non è nel vuoto che “ti perdi”: è nel vuoto che inizi a tornare.

Il “come sarà” non è la versione perfetta di te

Qui arriva una cosa importante, perché molti immaginano il “come sarà” come una specie di finale da film: ferite che scompaiono, dolore che non esiste, perdite che non contano.

Invece no. Il “come sarà” più sorprendente è spesso quello più vero. Una vita costruita sulla tua verità invece che sulla fantasia. Una felicità che include le cicatrici, invece di negarle. Una forza che nasce dal fatto che hai attraversato l’inferno e ne sei uscita viva. O uscito vivo.

Il “come sarà” non cancella il “come è stato”. Lo integra. Lo trasforma. Lo usa come fondamento per costruire qualcosa di inaspettatamente bello. Non perché tutto è andato bene. Ma perché tu, oggi, puoi scegliere un modo diverso di stare dentro la tua storia.

Fare pace con la tua storia: non come avresti voluto, ma come è stata

Fare pace non significa dire “andava bene così”. Significa dire: “È stata la mia storia”. È stata dolorosa. È stata ingiusta. È stata difficile. Ma è stata mia.

Questo passaggio, per molte persone, suona quasi “troppo”. Perché sembra ingoiare l’ingiustizia, sembra sminuire le ferite. In realtà è l’opposto: è dare alla tua esperienza una dignità che non dipende dal giudizio di nessuno.

E spesso, proprio lì, succede qualcosa di molto concreto: smetti di portare il peso di ciò che non è stato. Smetti di sprecare energia presente per piangere un passato che non può cambiare. E quell’energia torna disponibile per costruire.

“Questa è stata la mia vita.”

“Posso essere felice anche con questa storia.”

“Il presente merita di essere abitato.”

“Puoi essere felice anche con quella storia”: cosa significa davvero

Significa una cosa semplice e rivoluzionaria: la felicità non è la vita perfetta che non hai avuto. La felicità, spesso, è la pace con la vita imperfetta che hai.

È svegliarti la mattina e non pensare più ossessivamente a quello che avresti dovuto avere. È guardare la tua vita presente e trovarci cose belle, vere, tue.

È quel momento in cui ti accorgi che non stai più confrontando tutto con un ideale impossibile. Che non stai più abitandoti nel rimpianto. Che stai semplicemente vivendo. Qui. Ora. In questa vita che è la tua, con tutti i suoi limiti e tutte le sue possibilità.

Come smettere di vivere nel rimpianto senza “fare finta che non fa male”

Qui voglio essere chiarissima: non esiste un interruttore. Non esiste il giorno in cui ti alzi e dici: “Ok, basta rimpianti, oggi solo luce”. Sarebbe violento e irrealistico.

Quello che esiste, invece, è un passaggio gentile: dalla fantasia alla realtà. E spesso questo passaggio inizia con una domanda che sembra piccola, ma non lo è: “Dove sono io, nella mia vita?”

Perché il “come sarebbe stato” ti porta sempre altrove: nel passato, nel futuro, nel possibile. Il “come sarà” ti chiede una cosa sola: presenza.

1) Riconosci quando stai vivendo in una vita parallela

Non serve analizzarti. Ti basta notare il segnale più comune: il confronto. Se ti senti spesso “in ritardo”, “sbagliata/o”, “meno di…”, “troppo…”, è possibile che tu stia misurando la tua vita reale con una versione ideale che non ha mai pagato il prezzo della realtà.

2) Accogli il dolore senza trasformarlo in sentenza

Un conto è dire: “Fa male”. Un altro è dire: “Quindi non sarò mai felice”. Nel counseling, molte volte, lavoriamo proprio qui: separare ciò che senti da ciò che concludi su di te.

3) Trasforma l’energia del rimpianto in costruzione

Il rimpianto consuma energia. Tantissima. E quando inizi a lasciarlo andare, quella stessa energia diventa carburante per fare una cosa concreta: scegliere un passo possibile. Non enorme. Possibile.

Il “come sarà” non nasce dall’idea perfetta. Nasce dal primo gesto vero che fai oggi.

Torino e il peso silenzioso del “dovercela fare”

Vivo e lavoro a Torino e c’è una cosa che sento spesso nei racconti: la dignità legata alla resistenza. “Non volevo disturbare”. “Non è niente”. “C’è chi sta peggio”. È come se chiedere fosse una colpa e reggere fosse una virtù assoluta.

Ma a lungo andare, quel “dovercela fare” alimenta proprio il mondo parallelo: perché se non ti concedi di essere umana o umano, finisci per cercare una vita alternativa dove finalmente ti senti vista, amata, scelta.

E allora il lavoro non è “diventare più forte”. È diventare più presente. Più gentile con te. Più reale nelle relazioni.

Che ruolo può avere un percorso di counseling in questo passaggio

Io, Beatrice Lencioni, sono una counselor relazionale e olistica: non faccio diagnosi, non prometto guarigioni miracolose e non “aggiusto” le persone. Creo uno spazio di ascolto e orientamento dove puoi rimettere insieme i pezzi della tua storia, capire che cosa ti tiene incastrata/o nel “come sarebbe stato”, e scegliere passi più sostenibili nel presente.

A volte basta poco, ma quel poco deve essere vero: una frase detta finalmente ad alta voce, un confine che smette di tremare, un bisogno riconosciuto senza vergogna, una decisione minuscola che però cambia direzione.

Se vuoi conoscere il mio modo di lavorare, puoi partire da questa pagina. Se senti che è il momento di parlarne, puoi scrivermi dalla pagina contatti. E se ti va di iniziare con un primo passo leggero, c’è anche il colloquio online gratuito.

(Il primo colloquio è gratuito e conoscitivo; le sessioni successive sono un investimento nel tuo benessere: 50€.)


FAQ: domande che le persone fanno davvero

Perché non riesco a smettere di pensare a “come sarebbe stato”?

Perché spesso quella vita alternativa è stata un rifugio quando la realtà era troppo dura. Non è “debolezza”: è una strategia di protezione. Il passaggio non è combatterla, ma tornare presente un passo alla volta.

Lasciare andare il passato significa rassegnarsi?

No. Rassegnarsi è spegnersi. Lasciare andare significa smettere di spendere energia su ciò che non può cambiare e usarla per costruire qualcosa di vero nel presente.

Come faccio a vivere nel presente senza sentirmi in colpa?

Inizia distinguendo il dolore dalla colpa: puoi soffrire per ciò che è stato senza “colpevolizzarti” per averlo vissuto. Il presente non cancella il passato: lo integra.

E se ho avuto una famiglia difficile: posso essere felice lo stesso?

Sì, anche se “felice” spesso non significa perfetta/o. Significa in pace: con limiti, cicatrici, fragilità, e con la scelta di non abitare più solo il rimpianto.

Parlare con una counselor può aiutarmi anche se non voglio un percorso “clinico”?

Sì. Il counseling è uno spazio di ascolto e orientamento: ti aiuta a fare chiarezza, riconoscere schemi relazionali, ritrovare risorse e scegliere passi concreti nel presente, senza etichette.

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