Quando è sempre colpa degli altri: il self serving bias nelle relazioni
Beatrice LencioniCondividi
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A cura di Beatrice Lencioni, Counselor Relazionale a Torino e online.
In breve
Il self serving bias è la tendenza ad attribuire più facilmente a noi stessi ciò che va bene e a cercare fuori da noi le cause di ciò che va male. È uno dei tanti bias cognitivi che possono influenzare il modo in cui raccontiamo ciò che accade, soprattutto nelle relazioni.
Assumersi la propria parte di responsabilità non significa darsi tutte le colpe. Significa distinguere ciò che appartiene agli altri da ciò che possiamo scegliere noi, recuperando uno spazio di libertà personale.
Ti è mai capitato di sentire qualcuno dire:
«Ho preso nove.»
E alla verifica successiva:
«Il professore mi ha dato quattro.»
Fa sorridere, vero?
Con il nove il protagonista siamo noi. Con il quattro compare improvvisamente il professore.
E se ci pensi, questa piccola acrobazia non appartiene soltanto ai tempi della scuola.
Succede nelle coppie.
«Quando stavamo bene era perché io tenevo insieme la relazione.» Poi qualcosa cambia e diventa: «È cambiato lui» oppure «È cambiata lei».
Succede nelle amicizie. Al lavoro. In famiglia.
Quando arriva un risultato positivo siamo stati bravi, capaci, intuitivi. Quando qualcosa non funziona, ecco comparire il capo, il collega, il partner, la famiglia, il momento sbagliato, la sfortuna e, già che ci siamo, pure Mercurio retrogrado.
Questa tendenza ha un nome: self serving bias.
Però la parte interessante non è imparare un'altra espressione inglese da mettere nel cassetto delle cose da sapere.
La parte interessante è chiederci: che cosa succede nelle nostre relazioni quando abbiamo sempre bisogno che il torto abiti dall'altra parte?
Che cos'è il self serving bias, detto senza paroloni
Il self serving bias indica una tendenza molto umana: interpretare più facilmente gli eventi in un modo che protegga l'immagine che abbiamo di noi.
Se qualcosa riesce, troviamo facilmente dentro di noi la spiegazione.
Sono stato bravo.
Ho avuto coraggio.
Me lo sono meritato.
Ho fatto la scelta giusta.
Se qualcosa non riesce, invece, diventiamo spesso più veloci nel guardare fuori.
Non mi hanno capito.
Non mi hanno dato abbastanza.
Non era il momento giusto.
L'altra persona non si è impegnata.
Questo non significa affatto che ogni volta che qualcosa va male dobbiamo puntare il dito contro noi stessi.
A volte la responsabilità è davvero dell'altra persona.
A volte qualcuno si comporta male. A volte veniamo delusi. A volte riceviamo meno rispetto di quanto sarebbe stato giusto aspettarsi.
E a volte una relazione diventa dolorosa nonostante tutto ciò che abbiamo provato a fare.
La domanda utile non è: «Di chi è tutta la colpa?»
La domanda utile può essere: «In questa storia, esiste anche una parte che appartiene a me e sulla quale posso fare qualcosa?»
La verità un po' scomoda: avere sempre ragione può costarci molto
C'è una cosa curiosa nelle relazioni: avere ragione non significa necessariamente stare bene.
Possiamo costruire una storia perfettamente coerente in cui tutte le persone incontrate sono state egoiste, distanti, poco disponibili, incapaci di comprenderci.
E magari alcune lo sono state davvero.
Ma se quella stessa storia torna molte volte, con volti e nomi diversi, prima o poi può diventare preziosa una domanda:
«Possibile che la mia unica parte, in tutte queste storie, sia stata soltanto quella di incontrare le persone sbagliate?»
È una domanda scomoda. Lo so.
È molto più rassicurante pensare: «Se l'altro fosse stato diverso, sarebbe andato tutto bene».
In quel modo, però, non abbiamo bisogno di guardare perché siamo rimasti quando già stavamo male. Perché abbiamo taciuto quando avremmo voluto parlare. Perché abbiamo accettato qualcosa che non ci somigliava più.
O perché abbiamo continuato a chiedere per mesi a qualcuno ciò che aveva già mostrato di non volerci, o non poterci, dare.
Guardare questa parte non significa accusarsi.
Significa, semmai, tornare dentro la propria vita.
Responsabilità e colpa non sono la stessa cosa
Questo passaggio per me è fondamentale: prendersi una responsabilità non significa prendersi una colpa.
La colpa tende a guardare indietro. Cerca un responsabile. Vuole stabilire chi ha sbagliato.
La responsabilità può fare qualcosa di diverso.
Può guardare ciò che è accaduto e chiedere:
«Questa cosa è successa. Adesso, quale parte dipende da me?»
Immagina una relazione in cui qualcuno non rispetta continuamente i tuoi confini.
Il comportamento dell'altra persona appartiene all'altra persona. Non sei tu a dovertene assumere la responsabilità.
Ma può appartenerti ciò che scegli di fare davanti a quel comportamento.
Può appartenerti il modo in cui comunichi un limite.
Può appartenerti la decisione di continuare a restare oppure no.
Ed ecco che una domanda come:
«Perché mi tratta così?»
può lentamente lasciare spazio a:
Una domanda che restituisce movimento
«Che cosa voglio fare io davanti al fatto che questa persona continua a comportarsi così?»
«È colpa sua» può anche essere vero. Ma poi?
Mettiamo pure che tu abbia ragione.
La persona con cui stavi ti ha mentito.
Un familiare ha oltrepassato continuamente i tuoi limiti.
Un'amicizia ti ha deluso.
Qualcuno si è comportato in modo scorretto.
Va bene.
E poi?
Perché arriva un punto in cui continuare a stabilire chi abbia avuto torto non modifica più ciò che stai vivendo.
Anzi, qualche volta ci tiene ancora legati alla persona da cui vorremmo liberarci.
Continuiamo a dialogarci mentalmente.
Prepariamo risposte che non diremo mai.
Immaginiamo la frase perfetta che finalmente farà capire tutto.
Aspettiamo le scuse che forse non arriveranno.
E senza accorgercene lasciamo ancora nelle mani dell'altro la possibilità di stare meglio.
«Che cosa posso fare io, indipendentemente da ciò che farà l'altro?»
Non sempre la risposta arriva subito.
Ma almeno la porta torna dalla nostra parte.
Il self serving bias nella coppia: quando vediamo chiaramente l'altro e meno noi stessi
Nelle relazioni di coppia questo meccanismo può diventare particolarmente evidente.
Due persone litigano.
Una dice: «Non mi ascolta mai».
L'altra risponde: «Non si può parlare con te».
Potrebbero esserci elementi di verità in entrambe le frasi.
Ma ognuno vede molto bene ciò che fa l'altro e può vedere molto meno ciò che accade dalla propria parte.
Uno insiste. L'altra si chiude.
Più una persona si chiude, più l'altra insiste.
Più l'altra insiste, più la prima si allontana.
Dopo un po', ciascuno vede chiaramente il comportamento dell'altro e molto meno il proprio.
E questa cosa è profondamente umana.
«Io ho alzato la voce perché ero esasperato.»
«Tu hai alzato la voce perché sei aggressivo.»
«Io mi sono chiusa perché ero ferita.»
«Tu ti sei chiusa perché non vuoi affrontare nulla.»
Vedi la differenza?
Di noi conosciamo intenzioni, paure, pensieri, stanchezza, storia e motivazioni.
Dell'altra persona vediamo soprattutto ciò che fa.
Con noi stessi abbiamo spesso il documentario completo.
Degli altri vediamo, qualche volta, soltanto il trailer.
Quando dare sempre la colpa agli altri diventa una gabbia
Il rischio più grande non è sembrare poco autocritici.
Il rischio è perdere possibilità.
Se ogni relazione finisce esclusivamente perché gli altri sono sbagliati, io non ho nulla da osservare.
Se ogni conflitto nasce soltanto dal carattere degli altri, io non ho alcun margine di scelta.
Se ogni delusione dipende soltanto dalla cattiva sorte, posso solo aspettare che il mondo inizi finalmente a comportarsi come vorrei.
Ed è proprio lì che rischiamo di diventare impotenti.
Attribuire tutto all'esterno può proteggerci nel breve periodo, ma può toglierci libertà nel lungo.
Perché se tutto dipende dagli altri, allora per stare meglio devono cambiare gli altri.
Devono capire.
Devono chiedere scusa.
Devono tornare.
Devono scegliere me.
Devono riconoscere quanto valgo.
Devono finalmente comportarsi diversamente.
E nel frattempo noi aspettiamo.
Prendersi la propria parte non significa giustificare gli altri
Guardare la propria responsabilità non significa assolvere chi ci ha ferito.
Non significa minimizzare.
Non significa restare.
Non significa pensare che qualunque cosa ci sia accaduta dipenda da noi.
E non significa nemmeno dividere ogni situazione cinquanta e cinquanta, come se una relazione fosse il conto della pizzeria.
Ci sono situazioni in cui le responsabilità sono chiaramente molto diverse.
La responsabilità personale può entrare dopo, con una domanda:
Una distinzione importante
«Non posso cambiare ciò che hai fatto tu. Posso però scegliere che cosa farne io.»
Tre domande da farsi quando sentiamo che «è sempre colpa loro»
Non serve trasformare tutto in un esame di coscienza infinito.
A volte bastano tre domande, fatte senza giudicarsi.
1. Se per cinque minuti smettessi di raccontare cosa ha fatto l'altro, che cosa vedrei di me?
Non per accusarti. Solo per osservare.
Come hai reagito? Che cosa non hai detto? Che cosa hai evitato? Che cosa hai continuato ad accettare anche quando non ti stava più bene?
2. Quale parte della situazione non dipende da me?
Anche questa domanda è fondamentale, perché responsabilità non significa onnipotenza.
Gli altri possono scegliere, deluderci, andarsene, non comprenderci, cambiare idea.
Riconoscere ciò che non dipende da noi evita di passare da «è tutta colpa loro» a «dipende tutto da me».
3. Quale piccola parte posso scegliere oggi?
Forse mettere un confine. Forse parlare. Forse ascoltare. Forse smettere di inseguire. Forse dire no.
O forse riconoscere che una relazione non è più quella che speravi.
La responsabilità utile abita spesso proprio qui: nel prossimo passo possibile.
E se fosse proprio qui che ricominci a sentirti libero?
C'è qualcosa di profondamente liberatorio nel dire:
«Non posso controllare quello che fai tu.
Ma posso decidere cosa faccio io.»
Non è una frase spettacolare.
Non ci viene nemmeno una gran storia Instagram con le stelline, forse.
Però cambia la posizione dalla quale guardiamo la nostra vita.
Da spettatori delle decisioni altrui possiamo tornare partecipanti delle nostre.
E allora magari scopriamo che non dobbiamo convincere qualcuno ad amarci meglio.
Possiamo chiederci se quella relazione ci fa stare come desideriamo.
Non dobbiamo aspettare che qualcuno riconosca il nostro valore.
Possiamo cominciare a riconoscerlo anche attraverso le nostre scelte.
Non dobbiamo per forza ottenere l'ultima parola.
Possiamo decidere di non trascorrere altri tre anni dentro la stessa discussione.
Questo, per me, è uno dei passaggi più preziosi della consapevolezza relazionale.
Non diventare impeccabili.
Non avere sempre la risposta giusta.
Ma smettere, lentamente, di consegnare agli altri tutte le chiavi.
Come può aiutare un percorso di counseling relazionale
Quando siamo dentro una relazione, oppure dentro una storia che ci ha lasciato molte domande, distinguere ciò che appartiene a noi da ciò che appartiene all'altra persona può diventare difficile.
Le emozioni si mescolano. I ricordi cambiano prospettiva. A volte ci giudichiamo troppo. Altre volte vediamo chiaramente le responsabilità altrui ma non riusciamo più a riconoscere il nostro margine di scelta.
Un percorso di counseling può offrire uno spazio di ascolto nel quale fermarsi, mettere ordine e guardare ciò che stiamo vivendo da una prospettiva un po' più ampia.
Non per trasformare l'incontro in un tribunale in cui bisogna stabilire chi sia il buono e chi il cattivo.
Ma per provare a rispondere a due domande molto più utili:
«Dove sono io dentro questa storia?»
«E da qui, dove voglio andare?»
Nel mio lavoro come counselor relazionale a Torino accompagno persone che stanno attraversando difficoltà nelle relazioni, separazioni, cambiamenti, conflitti o momenti in cui sentono semplicemente il bisogno di fare un po' di chiarezza.
Gli incontri possono diventare uno spazio per riconoscere bisogni, confini e possibilità, senza dover arrivare già con tutte le risposte.
Puoi conoscere meglio il mio modo di lavorare visitando il sito di Beatrice Lencioni oppure scrivermi dalla pagina contatti.
Domande frequenti sul self serving bias e le relazioni
Che cos'è il self serving bias?
Il self serving bias è la tendenza ad attribuire più facilmente a noi stessi i risultati positivi e a cause esterne quelli negativi. Nelle relazioni può portarci a vedere con grande chiarezza ciò che fa l'altro e con minore facilità il nostro contributo alla dinamica.
Dare la colpa agli altri significa avere un self serving bias?
Non necessariamente. A volte la responsabilità di ciò che accade appartiene davvero all'altra persona. La difficoltà nasce quando, nelle diverse situazioni della nostra vita, non riusciamo mai a riconoscere alcuna parte sulla quale possiamo agire.
Assumersi la propria responsabilità significa colpevolizzarsi?
No. Responsabilità e colpa non sono sinonimi. Assumersi la propria responsabilità significa distinguere ciò che possiamo scegliere o modificare da ciò che appartiene agli altri, senza attribuirci ogni responsabilità.
Perché nelle relazioni vediamo più facilmente gli errori degli altri?
Di noi conosciamo intenzioni, emozioni, motivazioni e circostanze. Dell'altra persona osserviamo soprattutto comportamenti e parole. Questo può rendere più semplice giustificare noi stessi e interpretare in modo più severo ciò che fa chi abbiamo davanti.
Come smettere di dare sempre la colpa agli altri?
Può essere utile distinguere tre elementi: ciò che appartiene all'altra persona, ciò che appartiene a noi e ciò che possiamo scegliere adesso. Non significa assumersi tutto il peso della situazione, ma recuperare il proprio margine di azione.
Un counselor può aiutare nelle difficoltà relazionali?
Un percorso di counseling relazionale può offrire uno spazio di ascolto e consapevolezza nel quale osservare relazioni, bisogni, confini e possibilità di scelta. Beatrice Lencioni svolge colloqui a Torino e online.
Se continui a girare intorno alla stessa domanda
A volte non serve trovare immediatamente chi abbia ragione.
Può essere più utile avere uno spazio nel quale capire che cosa sta accadendo, quale parte appartiene a te e quale direzione vuoi prendere.
Se senti che una relazione, una separazione o un conflitto ti sta lasciando fermo o ferma sempre nello stesso punto, possiamo parlarne.
Singolo colloquio: 60 €Il colloquio può svolgersi a Torino oppure online.
Beatrice Lencioni
Counselor Relazionale · Torino e online