Quando rivolgersi a un counselor? 10 situazioni della vita quotidiana
Beatrice LencioniCondividi
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Autrice: Beatrice Lencioni, Counselor Relazionale a Torino
In breve
Può essere utile rivolgersi a un counselor quando una relazione, una scelta o un cambiamento iniziano a occupare troppo spazio dentro di te e non riesci più a vedere con chiarezza ciò di cui hai bisogno.
Non è necessario aspettare di stare malissimo: il counseling può offrire uno spazio di ascolto e orientamento anche nelle difficoltà della vita quotidiana.
Ci sono periodi in cui, apparentemente, va tutto abbastanza bene.
Ti alzi, lavori, rispondi ai messaggi, fai quello che devi fare. Magari sorridi pure quando qualcuno ti chiede come stai. Eppure, sotto quella normalità, senti qualcosa che tira.
Continui a dire sì quando dentro vorresti dire no.
Esci da alcune conversazioni con la sensazione di esserti perso per strada.
Devi prendere una decisione, ma ogni possibilità sembra sbagliata.
Oppure una relazione importante è cambiata e tu non sai ancora bene dove mettere tutto quello che provi.
In questi momenti può nascere una domanda: quando rivolgersi a un counselor?
La risposta più semplice è questa: puoi farlo quando senti il bisogno di fermarti, ascoltarti e comprendere meglio ciò che sta accadendo nella tua vita o nelle tue relazioni.
Non serve aspettare di essere arrivati al limite. Non bisogna presentarsi con il motore fuso, il cofano che fuma e le quattro frecce accese.
A volte è sufficiente accorgersi che stai facendo fatica da troppo tempo nello stesso punto.
La verità scomoda: spesso chiediamo aiuto troppo tardi
Molte persone sono abituate a cavarsela da sole.
“Non è niente.” “Passerà.” “Ci sono problemi più seri.” “Non voglio disturbare.”
Sono frasi che sembrano ragionevoli, ma che spesso nascondono un’abitudine più profonda: considerare i propri bisogni importanti soltanto quando diventano urgenti.
La verità scomoda è che non devi stare malissimo per meritare uno spazio in cui essere ascoltato.
Puoi chiedere un confronto anche perché sei confuso, perché ti senti bloccato o perché vuoi comprendere meglio il modo in cui vivi le relazioni.
Rivolgersi a un counselor non significa dichiararsi incapaci di affrontare la vita. Significa smettere, almeno per un momento, di affrontarla sempre con gli stessi strumenti.
Da soli, infatti, possiamo pensare moltissimo. Il problema è che spesso pensiamo girando in tondo.
Uno spazio di counseling relazionale serve a rallentare quel giro, dare un nome alle cose e osservare la situazione da una prospettiva nuova.
Che cosa fa un counselor relazionale
Un counselor relazionale offre uno spazio professionale di ascolto, confronto e consapevolezza dedicato alle difficoltà quotidiane, ai cambiamenti e al modo in cui una persona vive le proprie relazioni.
Non decide al tuo posto e non ti consegna una lista di istruzioni da seguire.
Il lavoro non consiste nel dirti: “Devi lasciare quella persona”, “Devi cambiare lavoro” oppure “Devi imparare a fregartene”.
Magari fosse così semplice. E, diciamolo, se bastasse sentirsi dire di fregarsene, avremmo risolto parecchie cose durante l’adolescenza.
Durante un percorso puoi riconoscere:
- che cosa stai vivendo;
- quali bisogni stai trascurando;
- quali confini fai fatica a esprimere;
- quali possibilità non riesci ancora a vedere;
- quale direzione senti maggiormente tua.
Il counseling non è psicoterapia e non sostituisce un percorso sanitario. Nel mio ruolo di counselor relazionale non formulo diagnosi e non tratto condizioni cliniche. Quando una situazione richiede competenze diverse, è importante rivolgersi alla figura professionale più adatta.
Vediamo allora alcune circostanze concrete in cui può essere utile chiedere un colloquio.
1. Continui a dire sì quando vorresti dire no
Ti chiedono un favore e accetti.
Ti propongono qualcosa che non vuoi fare e rispondi: “Va bene”.
Qualcuno supera un tuo limite e tu, invece di dirlo, sorridi per evitare tensioni.
Poi torni a casa irritato, stanco o arrabbiato con te stesso.
Dire sempre sì non è necessariamente generosità. A volte è paura di deludere, di essere giudicati, di creare un conflitto o di perdere il legame con l’altra persona.
Il problema è che ogni sì pronunciato contro di te lascia un piccolo conto da pagare. All’inizio sembra poco, ma con il tempo può trasformarsi in risentimento, distanza e senso di oppressione.
Un percorso di counseling può aiutarti a comprendere che cosa temi quando provi a dire no e a trovare un modo più rispettoso di comunicare i tuoi confini.
Non si tratta di diventare improvvisamente rigidi o aggressivi. Si tratta di ricordare che anche tu fai parte della relazione.
2. Una relazione ti lascia continuamente svuotato
Ci sono rapporti dopo i quali ti senti nutrito, compreso o semplicemente tranquillo.
E poi ce ne sono altri dopo i quali ti senti stanco, confuso, inadeguato o colpevole, anche se non riesci a spiegare bene perché.
Forse passi molto tempo a rassicurare l’altra persona. Forse devi misurare ogni parola. Forse ti occupi costantemente dei suoi bisogni e rimandi i tuoi a un fantomatico “momento migliore” che non arriva mai.
Una relazione non deve essere perfetta per essere buona. Tuttavia, quando ti lascia regolarmente senza energie, vale la pena domandarti quale spazio occupi tu al suo interno.
Il counseling relazionale può offrirti un luogo in cui osservare il rapporto senza doverlo immediatamente difendere o condannare.
La domanda non è soltanto: “Devo restare o andare via?”
Prima viene un’altra domanda: “Come sto io, quando sono in questa relazione?”
3. Non riesci a spiegare ciò di cui hai bisogno
Sai che qualcosa non va, ma quando provi a parlarne le parole si accavallano.
Dici una cosa e l’altra persona ne capisce un’altra. Parti da un bisogno e finite a discutere su chi ha ragione. Oppure rinunci in partenza perché temi di non riuscire a spiegarti.
Esprimere un bisogno non è sempre naturale, soprattutto se sei cresciuto pensando che chiedere attenzione, tempo, rispetto o vicinanza fosse eccessivo.
Può accadere allora che il bisogno esca travestito da accusa:
“Tu non ci sei mai.” “Non ti importa niente.” “Devo fare sempre tutto io.”
Dietro queste frasi potrebbe esserci qualcosa di più semplice e vulnerabile: “Ho bisogno di sentirmi considerato”, “Vorrei condividere maggiormente le responsabilità”, “Mi manca la tua presenza”.
Un counselor può aiutarti a passare dalla reazione alla comunicazione, riconoscendo prima di tutto ciò che vuoi davvero esprimere.
4. Stai attraversando una scelta importante
Cambiare lavoro o rimanere.
Proseguire una relazione o interromperla.
Trasferirsi, iniziare un nuovo progetto, accettare una proposta, modificare una parte importante della propria vita.
Le grandi scelte portano spesso con sé entusiasmo e paura. Il problema nasce quando cerchi la decisione perfetta, quella che garantisca di non soffrire, non sbagliare e non avere mai ripensamenti.
Purtroppo quella decisione non esiste. Sarebbe comodissima, eh, ma non esiste.
Un percorso di counseling non elimina l’incertezza e non sceglie al tuo posto. Può però aiutarti a distinguere ciò che desideri da ciò che senti di dover fare, le tue paure dai rischi reali e la voce degli altri dalla tua.
Fare chiarezza non significa essere sicuri al cento per cento. Significa comprendere meglio quale possibilità è maggiormente coerente con la persona che sei oggi.
5. Una separazione ha cambiato i tuoi punti di riferimento
Quando una relazione finisce, non perdiamo soltanto una persona.
Possono cambiare le abitudini, gli spazi, le amicizie, i programmi e persino il modo in cui immaginavamo il futuro.
Anche una separazione scelta consapevolmente può lasciare disorientamento. Una parte di te sa che era necessario; un’altra continua a cercare ciò che non c’è più.
In questi momenti le persone intorno possono avere fretta:
“Devi voltare pagina.” “È meglio così.” “Vedrai che ne troverai un’altra.”
Sono frasi dette spesso con affetto, ma non sempre aiutano.
Uno spazio di counseling permette di attraversare il cambiamento senza dover fingere di averlo già superato. Può aiutarti a riconoscere ciò che quella relazione ha rappresentato, ciò che vuoi lasciare e ciò che desideri portare con te nella fase successiva.
Andare avanti non significa cancellare. Significa trovare un nuovo posto a ciò che è accaduto.
6. Ripeti gli stessi modi di stare nelle relazioni
Cambiano le persone, ma alcune situazioni sembrano tornare.
Ti ritrovi sempre a occuparti di tutti.
Scegli persone poco disponibili.
Eviti i conflitti finché non esplodi.
Hai paura della distanza, ma quando qualcuno si avvicina troppo ti senti soffocare.
Ripetere uno schema non significa voler soffrire. Significa spesso utilizzare una modalità conosciuta, imparata nel tempo, che un tempo può averti aiutato a proteggerti o a mantenere un legame.
Il problema è che ciò che è familiare non è sempre ciò che ci fa bene.
Nel counseling puoi osservare queste ripetizioni con curiosità invece che con giudizio. Non per accusarti di aver “sbagliato tutto”, ma per comprendere che cosa stai cercando, che cosa temi e quali possibilità relazionali puoi sperimentare oggi.
La consapevolezza non cambia magicamente il passato. Può però impedire che il passato decida automaticamente ogni relazione futura.
7. Ogni confronto finisce nello stesso litigio
La discussione comincia per un motivo e, cinque minuti dopo, state parlando di tutto quello che è successo negli ultimi dieci anni.
Uno alza la voce, l’altro si chiude. Uno insiste, l’altro se ne va. Poi arriva il silenzio, seguito da una riconciliazione provvisoria. Fino alla volta successiva.
Quando un conflitto segue sempre lo stesso copione, il problema non riguarda più soltanto l’argomento della discussione. Riguarda il modo in cui le persone entrano in contatto quando si sentono ferite, ignorate o minacciate.
Un counselor relazionale può aiutarti a osservare il tuo ruolo in questo meccanismo: che cosa succede dentro di te, come reagisci, che cosa cerchi di proteggere e quale messaggio non riesce ad arrivare all’altra persona.
Non puoi controllare completamente il comportamento altrui. Puoi però diventare più consapevole del tuo modo di stare nel confronto.
8. Ti occupi di tutti e non sai più che cosa vuoi tu
Sei la persona affidabile.
Quella che risolve, ascolta, organizza, tiene insieme i pezzi e arriva quando c’è bisogno.
È un ruolo che può darti valore e riconoscimento. Ma può anche diventare una gabbia, soprattutto quando nessuno si accorge che sei stanco perché tu, per primo, non ti concedi di esserlo.
Quando passi molto tempo a occuparti degli altri, può diventare difficile rispondere a domande apparentemente semplici:
“Che cosa desidero?” “Che cosa mi piace?” “Di che cosa avrei bisogno?”
Un percorso di counseling può aiutarti a recuperare il contatto con quella parte di te che non deve essere sempre utile, disponibile o forte.
Prenderti in considerazione non significa diventare egoista. Significa smettere di escluderti dalla lista delle persone di cui ti prendi cura.
9. Un cambiamento ti ha fatto perdere l’equilibrio
Un nuovo lavoro, un trasferimento, la nascita di un figlio, l’uscita dei figli da casa, la pensione o la fine di una fase possono modificare profondamente il modo in cui ti riconosci.
Anche i cambiamenti desiderati possono destabilizzare.
Puoi essere felice per ciò che sta accadendo e, nello stesso tempo, sentire nostalgia, paura o smarrimento. Le emozioni non devono essere coerenti come una presentazione aziendale: possono convivere anche quando sembrano contraddirsi.
Il counseling può accompagnarti mentre costruisci nuovi punti di riferimento.
Non sempre dobbiamo “tornare come prima”. A volte il compito è comprendere chi stiamo diventando e trovare un equilibrio adatto alla nuova fase della vita.
10. Non c’è un problema preciso, ma senti che qualcosa non torna
Forse non sapresti nemmeno spiegare perché vorresti parlare con qualcuno.
Non è successo niente di clamoroso. Non c’è una crisi evidente. Eppure ti senti distante da te stesso, poco presente, confuso oppure insoddisfatto.
Questa sensazione merita ascolto anche se non possiede ancora un nome preciso.
Non sempre la consapevolezza comincia da una risposta. A volte comincia da un lieve disagio, da una domanda o dalla percezione che il modo in cui stai vivendo non ti rappresenti più completamente.
Puoi rivolgerti a un counselor anche per esplorare questa sensazione.
“Non so bene che cosa mi succede, ma sento il bisogno di capirlo.”
È già un punto di partenza.
Come capire se è il momento giusto per chiedere un colloquio
Può essere il momento giusto quando:
- pensi continuamente alla stessa situazione senza trovare chiarezza;
- una relazione assorbe molte delle tue energie;
- fai fatica a riconoscere o comunicare ciò di cui hai bisogno;
- ti senti bloccato davanti a una decisione;
- stai attraversando un cambiamento importante;
- vuoi comprendere meglio il tuo modo di vivere le relazioni;
- senti semplicemente il bisogno di uno spazio tuo.
Il momento giusto non è quello in cui hai finalmente tutte le parole.
È quello in cui riconosci che continuare a tenere tutto dentro non ti sta aiutando.
Che cosa aspettarsi dal primo incontro
Il primo colloquio è un momento per conoscersi e comprendere che cosa ti porta a chiedere un confronto.
Non devi raccontare immediatamente ogni dettaglio della tua vita. Puoi scegliere tempi, parole e contenuti con cui ti senti a tuo agio.
Durante l’incontro possiamo esplorare:
- la situazione che stai vivendo;
- ciò che vorresti comprendere o modificare;
- le tue aspettative;
- il modo in cui potremmo lavorare insieme;
- eventuali domande sul counseling relazionale.
È importante che tu possa valutare liberamente se ti senti ascoltato e se questo tipo di percorso è adatto al momento che stai attraversando.
Puoi conoscere meglio il mio lavoro visitando il sito di Beatrice Lencioni, counselor relazionale a Torino.
Ricevo a Torino e lavoro anche attraverso incontri online.
Domande frequenti
Bisogna avere un problema grave per rivolgersi a un counselor?
No. Puoi chiedere un colloquio anche per una difficoltà quotidiana, un cambiamento, una scelta o il desiderio di comprendere meglio il tuo modo di vivere le relazioni. Non è necessario aspettare che la situazione diventi insostenibile.
Il counselor mi dirà che cosa devo fare?
No. Il counselor non prende decisioni al tuo posto. Ti accompagna a osservare la situazione, riconoscere bisogni e possibilità e trovare una direzione maggiormente coerente con te.
Quanti incontri sono necessari?
Non esiste un numero valido per tutti. La durata dipende dalla situazione, dall’obiettivo e dal modo in cui il percorso si sviluppa. Questi aspetti vengono chiariti e condivisi durante gli incontri.
Posso fare counseling online?
Sì. Gli incontri online possono offrire uno spazio di ascolto anche a chi non vive a Torino, ha difficoltà negli spostamenti o preferisce collegarsi da un luogo familiare e riservato.
Qual è la differenza tra counseling e psicoterapia?
Il counseling è orientato all’ascolto, alla consapevolezza e alle difficoltà relazionali o quotidiane. Non comprende diagnosi o trattamenti clinici e non sostituisce la psicoterapia o altre prestazioni sanitarie.
Posso fare un primo colloquio prima di decidere?
Sì. Il primo colloquio conoscitivo serve a comprendere la tua richiesta, conoscere il mio modo di lavorare e valutare liberamente se iniziare un percorso.
Non devi aspettare di non farcela più
Forse leggendo queste situazioni ti sei riconosciuto in una sola frase.
Oppure in parecchie. In quel caso, niente panico: non stiamo raccogliendo punti per una tessera fedeltà.
Riconoscersi non significa avere qualcosa che non va. Significa accorgersi che una parte della propria vita sta chiedendo più attenzione.
Chiedere uno spazio non è una resa. Può essere un modo per tornare a partecipare più consapevolmente alla tua vita e alle tue relazioni.
Per fare una prima valutazione puoi scrivermi oppure richiedere un primo colloquio conoscitivo gratuito.
Gli eventuali incontri individuali successivi hanno un costo di 60 euro. Senza fretta e senza obblighi.