Non puoi impedire ai pensieri di arrivare, ma puoi decidere di non abboccare. In questo articolo ti accompagno a creare spazio tra te e la mente, tornare al presente e riprendere il volante.
TL;DR I pensieri intrusivi arrivano senza invito: non puoi impedirlo, ma puoi scegliere di non “abboccare”. Il punto non è combatterli (così li nutri), ma creare spazio: notarli, nominarli, tornare ai sensi e riprendere il volante.
Ci sono giornate in cui il cervello sembra un vicino di casa con la radio accesa alle tre di notte: non lo hai invitato, non sai perché lo faccia, ma eccolo lì. E tu, magari, stai solo provando a vivere. Fare colazione. Rispondere a una mail. Uscire di casa. E invece, senza preavviso, parte il film: “E se succede un disastro?”, “E se ho sbagliato tutto?”, “E se mi ammalo?”, “E se perdo il controllo?”, “E se…”.
Se stai leggendo, è probabile che tu conosca bene questa sensazione: quella di sentirti trascinata o trascinato in un loop. Più provi a scacciarlo, più bussa forte. Più ti ripeti “non è vero”, più finisci a litigarci per ore. E a fine giornata ti senti stanca/o, svuotata/o, come se la mente ti avesse rubato tempo e respiro.
Io sono Beatrice Lencioni, counselor relazionale e olistica a Torino. Non faccio diagnosi e non “aggiusto” le persone: creo uno spazio in cui puoi ritrovare orientamento, contatto con te stessa/o e con la realtà, soprattutto quando la testa fa la prepotente. E oggi voglio portarti proprio lì: nel punto in cui smetti di fare la guerra ai pensieri intrusivi e inizi a riprendere il volante.
Un’idea chiave (da tenere a mente) Non puoi impedire ai pensieri di arrivare, ma puoi decidere di non abboccare. Il pensiero può essere “nella stanza”, ma tu puoi scegliere di restare qui, nel presente.
Pensieri intrusivi: cosa sono, detto semplice
Un pensiero intrusivo è un pensiero che “entra” senza che tu lo voglia. Non è la tua scelta, non è un progetto, non è un desiderio. È più simile a una notifica: appare. A volte è un’immagine improvvisa, a volte una frase catastrofica, a volte un dubbio insistente. La parola “intrusivo” non significa “vero”: significa “invadente”.
E qui già si apre una porta importante: avere pensieri intrusivi non ti rende sbagliata/o, pericolosa/o o “strana/o”. Rende solo molto umano il tuo cervello. Tutti abbiamo pensieri bizzarri, scomodi, assurdi. Diventano ingestibili quando li prendiamo come un ordine da eseguire o come una prova che dice qualcosa su di noi.
C’è anche una differenza che aiuta: un conto è un pensiero “utile” (quello che ti aiuta a risolvere un problema concreto), un altro è la ruminazione travestita da soluzione. La ruminazione ti promette chiarezza e ti lascia più confusa/o. Ti fa ripassare la stessa scena cento volte, senza portarti un passo avanti. È come girare in tondo in piazza Castello cercando l’uscita, mentre la mente insiste: “Ancora un giro e la troviamo”.
Il paradosso: più combatti, più lo nutri
C’è un equivoco comune: credere che il modo per stare meglio sia vincere la lite con la mente. Ma combattere, spesso, è come nutrire un mostro. Più gli dai attenzione e energia, più cresce. Se gli dai spazio, invece, resta piccolo. È lì, sì. Ma non guida lui la macchina.
Non puoi impedire ai pensieri di arrivare, ma puoi decidere di non abboccare.
È come un gancio con l’esca: il gancio può comparire davanti a te all’improvviso. Ma tu puoi scegliere se morderlo o no.
E “non mordere” non significa diventare di pietra. Significa smettere di fare a braccio di ferro con un pensiero che, per definizione, non si stanca mai.
Sganciarsi dal gancio: il primo gesto è accorgersi
Quando un pensiero intrusivo arriva, di solito fa due cose insieme: ti spaventa e ti cattura. E in un attimo ti ritrovi dentro al contenuto del pensiero, come se fossi dentro una stanza buia a cercare l’interruttore.
Il primo gesto non è “cambiarlo”. Il primo gesto è notarlo. Proprio così, con semplicità: “Sto notando che la mia mente sta producendo questo pensiero.”
Sembra poco, ma è enorme. Perché lì crei un micro-spazio tra te e la frase. E in quel micro-spazio respira la libertà.
Micro-frase pronta “Ah, eccoti.” Come faresti con un ospite che arriva sempre in anticipo: non ti piace, ma non gli apri una discussione in salotto.
La tecnica della “stanza degli ospiti”: lasciarlo lì, senza cacciarlo
Immagina che nella tua testa ci sia una stanza. O una scatola. O, se preferisci, una sala d’attesa. I pensieri sono ospiti: arrivano, si siedono, a volte fanno rumore, a volte si lamentano, a volte ti guardano fisso.
La pratica non è buttarli fuori. È dire: “Ok, pensiero, puoi stare lì nell’angolo. Non ti caccio. Ma io ora ho altro da fare.”
Questa frase è potente perché interrompe la trappola: “Se non lo combatto, allora resta per sempre.” In realtà, spesso, il pensiero resta proprio perché lo stai inseguendo. Quando smetti di inseguirlo, a volte si ammorbidisce. A volte resta. Ma anche se resta, tu torni alla vita.
Immagine mentale utile Il pensiero può stare nel sedile dietro. Può urlare. Può fare commenti. Ma al volante ci sei tu.
Defusione: “Sto avendo il pensiero che…”
C’è un trucco gentile che sembra un gioco di parole, ma cambia davvero l’esperienza. Invece di dire “Succederà un disastro”, prova a dire: “Sto avendo il pensiero che succederà un disastro.”
Invece di “Ho sbagliato tutto”, prova: “Sto avendo il pensiero che ho sbagliato tutto.”
Cosa cambia? Cambia che sposti il pensiero dal ruolo di verità assoluta al ruolo di contenuto mentale. Lo metti nella giusta cornice: “è un film che passa sullo schermo”. Tu non sei il pensiero. Tu sei lo schermo.
Se vuoi rendere ancora più evidente lo “spazio”, puoi aggiungere un dettaglio: “Sto avendo il pensiero che succederà un disastro… e il mio corpo, in questo momento, si irrigidisce.” Questo ti riporta in contatto con ciò che accade davvero, non solo con ciò che temi.
Guardarlo con curiosità: l’insetto strano
Un altro modo per non farsi sequestrare è cambiare sguardo. Invece di giudicare il pensiero (“che schifo”, “non dovrei averlo”, “sono terribile”), prova a osservarlo con curiosità, come uno scienziato che guarda un insetto mai visto: “Guarda un po’ che roba assurda ha prodotto oggi il mio cervello.”
Non lo devi convincere ad andarsene. Non lo devi rendere sensato. Lo osservi e basta. E questo, paradossalmente, riduce la sua presa. Perché il giudizio è benzina. La curiosità è acqua.
Tornare nel mondo reale: quello che puoi toccare
I pensieri intrusivi vivono nella testa, e la testa tende a “staccarsi” dal presente. Quindi una delle cose più efficaci è ri-orientarti alla realtà, qui e ora, con i sensi.
Non serve farlo come un esercizio perfetto. Basta un gesto semplice. Puoi sentire i piedi per terra e notare dove appoggiano, ascoltare un rumore nella stanza, guardare tre dettagli intorno a te, annusare il caffè o l’aria, sentire la temperatura sulle mani.
Il pensiero è nella stanza, ma tu sei qui.
Poi: lo noto, gli do un nome (film-catastrofe, radio-paura, notifica-allarme), lo metto nella stanza e torno a fare quello che stavo facendo.
“Ma fa paura”: quando il pensiero è spaventoso
Sì. A volte non sono solo pensieri fastidiosi. Sono pensieri spaventosi. E qui serve ancora più gentilezza, non più forza.
Perché quando un pensiero fa paura, la mente ti propone una trappola: “Devo eliminarlo subito, altrimenti significa qualcosa.” E tu entri nel controllo. Nel cercare certezza. Nel controllare ancora. Nel chiedere alla mente di giurarti che non succederà. E la mente, ovviamente, non giura niente.
Allora prova a tenere due cose insieme: “Questo pensiero mi spaventa” e “Io posso restare al volante.”
Il pensiero può stare nel sedile dietro. Può urlare. Può fare commenti. Ma al volante ci sei tu. Non devi cacciarlo fuori dall’auto in corsa. Devi solo non dargli le chiavi.
Gli errori più comuni (che sembrano utili, ma non lo sono)
Uno dei motivi per cui i pensieri intrusivi diventano “ingestibili” è che, senza volerlo, facciamo cose che li rinforzano. E spesso lo facciamo perché vogliamo stare meglio.
Per esempio, proviamo a fare a braccio di ferro (“via!”, “non pensarci!”) o chiediamo alla mente garanzie (“dimmi che non succederà”, “dimmi che è impossibile”). A volte passiamo la giornata a controllare se il pensiero è sparito o tornato, come se dovessimo misurare la nostra “bravura” in base a quanto siamo tranquilli.
Non è colpa tua se lo fai: è un tentativo di protezione. Ma se vuoi cambiare relazione con la mente, il passo è smettere la lite. Il trucco non è vincere: è smettere di lottare.
Una scena vera (e comune): quando ti prende al supermercato
Sei al supermercato, stai scegliendo la pasta, e all’improvviso arriva la notifica: “E se mi succede qualcosa adesso?”. In un secondo ti senti lontana/o, come se la luce cambiasse. Ti viene voglia di scappare via con il carrello a metà.
È qui che la pratica diventa concreta. Non devi convincerti che “non succederà nulla” (la mente troverà sempre un “sì, ma…”). Puoi fare qualcosa di più semplice: appoggiare i piedi, sentire il contatto con il pavimento, notare i suoni intorno, guardare un dettaglio davanti a te. Dire dentro: “Sto avendo il pensiero che…”. Metterlo nella stanza degli ospiti. E poi scegliere un gesto minimo: prendere un pacco di pasta e metterlo nel carrello. Un gesto. Uno solo. Per dire al corpo: “Sono qui.”
Quando i pensieri intrusivi entrano nelle relazioni
C’è un aspetto di cui si parla poco: i pensieri intrusivi non restano confinati dentro. Si infilano nelle relazioni.
Ti portano a interpretare troppo. A chiedere conferme continue. A temere di essere “troppo” o di disturbare. A scusarti in anticipo. A evitare situazioni per paura che la mente “riparta”. Oppure, al contrario, a controllare tutto per sentirti al sicuro.
E qui torna utile una domanda relazionale, molto concreta: che cosa stai cercando di proteggere, quando la mente fa rumore? A volte stai proteggendo un pezzo fragile. A volte l’idea di essere all’altezza. A volte un legame. Non c’è niente di sbagliato. Ma puoi imparare a proteggere senza farti sequestrare.
Se vuoi approfondire Puoi dare un’occhiata anche alla pagina dedicata al counseling relazionale a Torino: counselor a Torino. (In presenza e online.)
Torino, la testa piena e la dignità del “tenere duro”
A Torino incontro spesso persone che tengono duro. Persone che fanno, reggono, risolvono. E quando la mente si riempie, si vergognano: “Ma come, io che sono così lucida/o…”.
E invece il punto non è essere lucidi sempre. Il punto è tornare. Tornare a te. Tornare al corpo. Tornare alla realtà. Tornare alla possibilità di scegliere cosa fai con quel pensiero, anche se il pensiero non se ne va subito.
Se ti va, puoi iniziare da un luogo semplice: la tua quotidianità. La tua cucina. Il tram. Il parcheggio sotto casa. Il tuo letto. È lì che si fa spazio.
Una pratica piccola, da fare quando vuoi: il “ritorno”
Quando senti che stai entrando nel loop, prova questa sequenza breve: notare → nominare → posizionare → ritornare.
Sequenza “Ritorno” 1) “Sto avendo un pensiero intrusivo.” 2) “È il mio film-catastrofe.” 3) “Puoi stare nella stanza degli ospiti.” 4) “Ora torno a questa cosa che sto facendo.”
All’inizio può sembrare finto. Poi diventa un gesto. E quel gesto, ripetuto, crea un sentiero nuovo.
Quando chiedere una mano (senza sentirti “esagerata/o”)
Se i pensieri intrusivi ti rubano sonno, concentrazione, serenità e relazioni, non devi aspettare di “crollare” per chiedere supporto. Nel counseling lavoriamo proprio su questo: ritrovare orientamento, riconoscere i tuoi automatismi, creare spazio tra te e la mente, e scegliere passi piccoli ma reali.
Lavoro a Torino e anche online. Se vuoi conoscere il mio modo di accompagnare le persone, puoi partire dal sito: beatricelencioni.it.
Il primo colloquio è gratuito e informativo; le sessioni successive sono un investimento di 60€ a incontro.
1) I pensieri intrusivi significano che desidero davvero quello che penso?
No. Un pensiero intrusivo è spesso l’opposto di ciò che desideri: è una paura, un allarme, una provocazione della mente. Non è una scelta e non è un’intenzione.
2) Perché più provo a scacciarli più aumentano?
Perché la mente interpreta la lotta come un segnale di pericolo e torna a controllare. Inseguire un pensiero lo rende importante. Creare spazio lo rende “solo un pensiero”.
3) Cosa posso fare nell’immediato quando arriva un pensiero spaventoso?
Notalo, usa la frase “Sto avendo il pensiero che…”, riporta l’attenzione ai sensi (piedi a terra, suoni, odori), e torna a un’azione concreta del presente.
4) Se il pensiero resta, sto sbagliando pratica?
No. L’obiettivo non è farlo sparire, ma non farti guidare. Può restare in sottofondo mentre tu riprendi la vita.
5) Quando è importante chiedere aiuto subito?
Se i pensieri riguardano farti del male o fanno sentire a rischio, è importante cercare supporto immediato e concreto (contatti di emergenza, medico, pronto soccorso). Non devi restare da sola/o.
Sono Beatrice Lencioni, Counselor Relazionale a Torino. Accompagno persone e coppie
che stanno attraversando momenti di difficoltà relazionale, cambiamento o confusione,
offrendo uno spazio di ascolto, consapevolezza e confronto rispettoso dei tempi e
dell’unicità di ciascuno.
Nel mio lavoro integro il counseling relazionale con pratiche di consapevolezza
e strumenti di crescita personale. Faccio inoltre parte di
Trame Familiari
,
progetto dedicato alle Costellazioni Familiari Sistemiche.
Ricevo in presenza a Torino e online.