Illustrazione sul counselor olistico e sull’approccio alla persona che considera vissuti, corpo, relazioni e contesto.

Counselor olistico: cosa fa e quale visione della persona propone

Beatrice Lencioni

Autrice: , Counselor Relazionale a Torino

Pubblicato:  ·  Ultimo aggiornamento:

In breve

Un counselor olistico guarda la persona cercando di non ridurla a un singolo aspetto della sua vita. Parole, relazioni, vissuti, percezioni corporee e contesto possono essere ascoltati insieme, perché spesso ciò che stiamo attraversando ha più di una dimensione.

“Olistico” non significa curare tutto, promettere benessere o occuparsi di salute. Nel counseling indica piuttosto uno sguardo complessivo sulla persona e sulla sua esperienza, nel rispetto dei confini professionali.

“Olistico” è una di quelle parole che ormai si trova dappertutto

Diciamocelo. Negli ultimi anni la parola olistico è comparsa praticamente ovunque.

Approccio olistico. Massaggio olistico. Alimentazione olistica. Percorso olistico. Consulenza olistica.

Manca forse il parcheggio olistico e poi abbiamo completato l'album.

E quando una parola viene utilizzata così tanto, il rischio è che inizi a non voler dire più niente.

Per questo, quando qualcuno mi chiede: “Beatrice, ma counselor olistico che significa concretamente?”, preferisco partire dalle cose semplici.

Per me significa innanzitutto questo: non guardare una persona come se fosse composta da compartimenti separati.

Non sei soltanto quello che pensi. Non sei soltanto quello che senti. Non sei soltanto la relazione che stai vivendo. Non sei soltanto il ruolo che hai in famiglia.

E non sei nemmeno soltanto ciò che racconti quando ti siedi davanti a qualcuno e dici: “Ecco, la situazione è questa”.

Siamo esseri abbastanza più complicati. E, per fortuna, anche parecchio più interessanti.

Cosa significa davvero “olistico” nel counseling?

La parola olistico richiama l'idea di insieme, totalità, interezza.

Applicata al counseling, può indicare uno sguardo che prova a considerare contemporaneamente diversi aspetti dell'esperienza della persona:

  • ciò che racconta;
  • ciò che sente e vive;
  • le relazioni importanti della sua vita;
  • il significato attribuito alle esperienze;
  • le percezioni corporee che accompagnano certi momenti;
  • il contesto familiare, affettivo, sociale o lavorativo;
  • i bisogni e i valori che sente propri;
  • le risorse che magari, in quel momento, fatica a vedere.

Definizione semplice: un approccio olistico alla persona cerca di comprendere ciò che sta vivendo senza ridurlo a un unico pensiero, comportamento o rapporto.

Questo però va chiarito bene.

Un approccio olistico nel counseling non è un intervento sanitario e non significa fare diagnosi, curare disturbi o promettere risultati sullo stato di salute.

Io sono una Counselor Relazionale , non sono una psicologa o una psicoterapeuta.

Il mio lavoro appartiene a un altro spazio: quello dell'ascolto, della relazione, della consapevolezza, del vissuto e dell'orientamento personale.

La verità un po' scomoda: dividiamo ciò che nella vita arriva tutto insieme

Magari dici: “È soltanto lavoro”.

Però da settimane torni a casa nervoso, non hai voglia di parlare con nessuno e quella domenica sera comincia ad avere un sapore un po' pesante già dal pomeriggio.

Oppure dici: “È soltanto una discussione con il mio compagno”.

Ma quella discussione tocca qualcosa che conosci bene: la paura di non essere ascoltato, il bisogno di essere riconosciuta, quella sensazione antica di dover sempre spiegare troppo per essere capita.

Oppure ancora: “Non so perché, ma quando mia madre dice quella cosa io divento un'altra persona”.

Ecco.

La nostra vita raramente rispetta le cartelline che vorremmo prepararle.

Relazioni, vissuti, pensieri, percezioni corporee e contesto fanno parte della stessa esperienza personale.

Non significa che tutto abbia una spiegazione nascosta.

Significa semplicemente riconoscere che una persona non vive per pezzi.

Ed è qui che, secondo me, uno sguardo olistico acquista un senso molto concreto.

Counselor olistico: cosa fa concretamente?

Un counselor con una visione olistica può accompagnare la persona a guardare ciò che sta vivendo da più prospettive, senza decidere al suo posto quale sia quella giusta.

Durante un colloquio potremmo partire, per esempio, da una frase apparentemente semplice:

“Con questa persona non riesco più a parlare.”

Possiamo ascoltare cosa succede nella relazione.

Possiamo chiederci che cosa vorresti riuscire a dire.

Possiamo osservare cosa accade quando provi a dirlo.

Possiamo accorgerci che tendi a trattenerti. O che, al contrario, arrivi alla conversazione quando sei già al limite e parte il famoso festival mondiale delle cose dette malissimo.

Possiamo osservare cosa senti mentre ne parli.

Possiamo dare spazio a ciò che quella relazione rappresenta per te.

Possiamo chiederci quali confini vorresti mettere e perché continui a rimandarli.

Possiamo riconoscere quali risorse hai già utilizzato in passato.

Il punto non è sezionare la persona.

È fare esattamente il contrario: ricomporre la storia in modo che tu possa guardarla con maggiore chiarezza.

Prestare attenzione al corpo non significa fare un lavoro medico

Quando si parla di counseling olistico, spesso viene nominato anche il corpo.

E qui è importante essere molto chiari.

Nel counseling il corpo può essere ascoltato come parte dell'esperienza vissuta, non come oggetto di diagnosi o trattamento.

Facciamo un esempio molto semplice.

Mi racconti una conversazione con qualcuno e dici: “Quando gli ho risposto mi sono sentita tutta rigida”.

Possiamo fermarci su quel “rigida”.

Non per attribuirgli un significato medico.

Ma per chiederci:

  • che cosa stavi vivendo in quel momento?
  • ti succede spesso?
  • che cosa avresti voluto fare o dire?
  • che cosa ti ha fatto fermare?

Oppure racconti una scelta e dici: “Appena penso di dirgli di no mi si chiude lo stomaco”.

Anche questa può essere un'informazione sulla tua esperienza.

Il corpo, a volte, ci permette semplicemente di accorgerci di qualcosa che le parole non hanno ancora organizzato bene.

Quando emerge invece qualcosa che appartiene all'ambito sanitario, il riferimento deve essere il professionista competente.

Confondere i ruoli non aiuta nessuno.

La persona non esiste fuori dalle sue relazioni

Questa è forse la parte che sento più vicina al mio modo di lavorare.

Sono una Counselor Relazionale a Torino e per me guardare una persona significa inevitabilmente guardare anche le relazioni nelle quali vive.

Perché diventiamo noi stessi anche mentre incontriamo gli altri.

Con il partner. Con i figli. Con i genitori. Con amici e amiche. Con colleghi e colleghe. Con chi amiamo. Con chi ci manca.

E qualche volta persino con chi ci manda fuori dai gangheri alle 8:15 del mattino.

Le relazioni possono mostrarci moltissimo di noi.

  • Come reagiamo quando qualcuno prende le distanze?
  • Cosa facciamo quando abbiamo paura di perdere una relazione?
  • Riusciamo a chiedere ciò di cui abbiamo bisogno?
  • Sappiamo dire di no?
  • Ci sentiamo responsabili dell'umore degli altri?
  • Aspettiamo che le persone capiscano quello che desideriamo senza dirlo?
  • Ci adattiamo così tanto da non sapere più bene che cosa vorremmo noi?

Sono domande profondamente relazionali, ma parlano anche di identità, scelte, bisogni e modo di stare nel mondo.

Anche il contesto conta

A volte ci giudichiamo osservando soltanto il nostro comportamento.

“Dovrei riuscire a gestirla meglio.”
“Dovrei essere più deciso.”
“Dovrei essere meno sensibile.”

Quel “dovrei” pesa parecchio.

Eppure nessun comportamento avviene nel vuoto.

Una persona che sta attraversando contemporaneamente una separazione, un cambiamento lavorativo e una difficoltà familiare vive un contesto diverso da chi deve affrontare una singola scelta.

Chi è cresciuto in una famiglia nella quale dire di no veniva vissuto quasi come un tradimento potrebbe avere una storia diversa con i propri confini rispetto a chi è stato incoraggiato a esprimere apertamente il dissenso.

Il contesto non serve a giustificare qualsiasi cosa. Serve a comprendere meglio ciò che stiamo vivendo.

Counselor relazionale e counselor olistico: sono la stessa cosa?

Non necessariamente.

“Olistico” descrive soprattutto una visione complessiva della persona.

“Relazionale”, invece, sottolinea l'attenzione alle relazioni e al modo in cui la persona entra in rapporto con sé stessa e con gli altri.

I due sguardi possono però incontrarsi molto bene.

Nel mio lavoro accade proprio questo.

La relazione è spesso il punto dal quale partiamo, ma la persona non viene ridotta a quella relazione.

Se stai vivendo una difficoltà con il partner, per esempio, non guardiamo soltanto “la coppia”.

Guardiamo anche ciò che quella situazione significa per te.

Come ti senti. Cosa desideri. Quali limiti senti. Quali esperienze vengono richiamate. Come stai vivendo concretamente quel momento. Qual è il contesto nel quale tutto questo accade.

La persona rimane sempre più grande della situazione che sta attraversando.

Questa frase, forse, riassume meglio di tante definizioni ciò che per me significa avere uno sguardo olistico.

Cosa non significa counseling olistico

Vale la pena chiarire anche questo, perché sul termine olistico si trova davvero di tutto.

Non significa che esista una risposta uguale per tutti

Due persone possono attraversare situazioni apparentemente simili e viverle in modo completamente diverso.

L'obiettivo non è applicare una formula, ma comprendere quale significato abbia quella esperienza per quella persona.

Non significa promettere un equilibrio permanente

La vita non funziona come una pubblicità dello yogurt.

Ci sono periodi confusi. Relazioni che cambiano. Decisioni difficili. Giornate storte.

Un percorso non rende immuni alla complessità della vita. Può offrire uno spazio nel quale guardarla con maggiore attenzione.

Non significa occuparsi di qualunque cosa

Avere uno sguardo ampio non significa sostituirsi ad altre figure professionali.

Esistono competenze e confini professionali differenti. Quando una situazione richiede un intervento sanitario o psicologico, sono altre le figure professionali alle quali rivolgersi.

Non significa imporre una dimensione spirituale

La parola olistico viene talvolta associata automaticamente alla spiritualità, ma non è necessariamente così.

Una persona può avere una propria dimensione spirituale oppure no. Il punto è rispettare il suo modo di vedere il mondo, non imporgliene uno.

Un esempio concreto: “Non riesco più a dire di no”

Immagina una persona che arriva e dice:

“Sono stanca. Tutti mi chiedono qualcosa e io dico sempre sì.”

Potremmo limitarci a una soluzione velocissima: devi imparare a dire no.

Grazie. Applausi. Articolo finito.

Peccato che probabilmente quella persona sappia già benissimo che ogni tanto dovrebbe dire no.

La parte interessante comincia dopo.

Che cosa succede quando prova a farlo?

  • Ha paura di ferire qualcuno?
  • Teme di essere considerata egoista?
  • Si sente responsabile degli altri?
  • È abituata da molti anni a essere “quella disponibile”?
  • Che cosa prova quando immagina di mettere un limite?
  • In quali relazioni riesce a farlo e in quali invece no?
  • Che cosa teme possa accadere?

Il counseling non deve necessariamente consegnare una risposta preconfezionata.

Può aiutare la persona a vedere meglio la domanda.

E spesso è proprio lì che qualcosa comincia a diventare più chiaro.

Lo sguardo olistico non cerca di aggiustarti

Questa per me è una distinzione importante.

Quando attraversiamo una difficoltà possiamo avere la sensazione che ci sia qualcosa di noi da correggere.

Dovrei essere più forte.
Dovrei fregarmene.
Dovrei essere più sicura.
Dovrei smettere di pensarci.
Dovrei andare avanti.

Magari.

Oppure potremmo iniziare da un'altra domanda:

“Che cosa sto vivendo davvero?”

Perché prima di cambiare direzione può essere utile capire dove siamo.

Non per rimanerci.

Ma per smettere di muoverci al buio.

Nel mio modo di intendere il counseling, la persona non è un oggetto da correggere.

È qualcuno che porta una storia, un contesto, relazioni, scelte, paure, desideri, risorse e anche parecchie contraddizioni.

Come tutti noi.

Quando può essere utile un percorso di counseling?

Si può arrivare al counseling in momenti molto diversi della vita.

  • Quando una relazione sta cambiando.
  • Quando un figlio adulto prende le distanze.
  • Quando non riesci più a capire che cosa desideri da un rapporto.
  • Quando fai fatica a mettere dei confini.
  • Quando continui a ritrovarti dentro dinamiche relazionali che non senti più adatte a te.
  • Quando devi prendere una decisione e ogni possibilità sembra portarti da qualche parte che non conosci.
  • Quando senti semplicemente il bisogno di fermarti e dare spazio a ciò che stai vivendo.

Sul sito Beatrice Lencioni Counselor puoi conoscere meglio il mio modo di lavorare e approfondire i contenuti dedicati alle relazioni, ai cambiamenti e ai momenti di difficoltà personale.

Come lavoro come Counselor Relazionale a Torino

Nel mio lavoro cerco di creare uno spazio nel quale una persona possa raccontarsi senza dover presentare una versione perfetta di sé.

Non serve avere già capito tutto.

Anzi. Se avessimo già capito tutto, probabilmente saremmo al bar.

Il colloquio può partire da qualcosa di molto concreto:

  • una discussione;
  • una decisione;
  • un rapporto che non sai più come vivere;
  • una distanza che ti pesa;
  • un confine che non riesci a mettere;
  • una fase della vita nella quale non ti riconosci più tanto.

Da lì possiamo provare a guardare insieme cosa sta succedendo.

Le parole. I vissuti. Le relazioni. Il contesto. Le sensazioni che emergono. Le possibilità che forse fino a quel momento non avevi considerato.

Non per dirti chi dovresti essere, ma per accompagnarti a sentire un po' più chiaramente chi sei tu dentro quello che stai vivendo.

Counselor olistico: forse la parola più importante non è “olistico”

Alla fine possiamo discutere molto sulle definizioni.

Counselor olistico. Counselor relazionale. Counseling centrato sulla persona. Approccio integrato.

Sono parole che aiutano a orientarsi.

Ma c'è una cosa che per me viene prima.

La persona.

La persona davanti alla definizione.
La persona davanti al metodo.
La persona davanti all'etichetta.

Perché uno sguardo olistico ha senso soltanto se serve a ricordarci una cosa molto semplice:

Nessuno di noi coincide interamente con la difficoltà che sta attraversando.

Tu sei anche tutto ciò che c'è intorno.

Le relazioni che hai costruito. Quelle che stai lasciando. Le cose che ti hanno formato. Quelle che ancora ti fanno arrabbiare.

I desideri che dici ad alta voce e quelli che non hai ancora trovato il coraggio di nominare.

Forse il punto non è trovare qualcuno che ti spieghi chi sei.

Forse, qualche volta, serve semplicemente uno spazio nel quale tornare ad ascoltarti.


Domande frequenti sul counselor olistico

Che cosa fa un counselor olistico?

Un counselor con approccio olistico considera diversi aspetti dell'esperienza della persona: vissuti, relazioni, percezioni corporee, bisogni e contesto. Il counseling rimane uno spazio di ascolto e consapevolezza e non sostituisce prestazioni sanitarie o psicologiche.

Cosa significa approccio olistico alla persona?

Significa cercare di comprendere la persona nella sua interezza, senza ridurre ciò che sta vivendo a un unico comportamento, pensiero o rapporto. I diversi aspetti dell'esperienza vengono osservati come parti collegate tra loro.

Il counselor olistico è uno psicologo?

No. Counselor e psicologo sono figure differenti. Il counseling non comprende diagnosi, psicoterapia o interventi sanitari.

Nel counseling si parla anche del corpo?

Si può prestare attenzione alle sensazioni corporee raccontate dalla persona come parte della sua esperienza, senza svolgere valutazioni, diagnosi o trattamenti medici.

Counseling olistico e counseling relazionale sono la stessa cosa?

Non esattamente. “Olistico” indica uno sguardo complessivo sulla persona; “relazionale” mette maggiormente l'accento sulle relazioni. I due modi di guardare l'esperienza possono però integrarsi.

Dove lavora Beatrice Lencioni?

Beatrice Lencioni lavora come Counselor Relazionale a Torino. Per informazioni sul suo modo di lavorare o per fissare un colloquio puoi utilizzare la pagina contatti .

Quanto costa un colloquio con Beatrice Lencioni?

Il costo di un singolo colloquio di counseling con Beatrice Lencioni è di 60 €.

Se senti che potrebbe esserti utile parlarne

Non devi arrivare con una spiegazione perfetta di quello che stai vivendo.

Possiamo partire anche da: “Non so bene da dove cominciare”.

È già un punto di partenza.

Se desideri conoscere il mio modo di lavorare o capire se uno spazio di counseling può essere adatto a quello che stai attraversando, puoi contattarmi.

Il costo del singolo colloquio è di 60 €.

Il colloquio di counseling e l'eventuale colloquio conoscitivo indicato nella pagina dedicata sono due momenti distinti: consulta la pagina collegata per modalità e condizioni aggiornate.

 

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