Illustrazione simbolica di una persona che sceglie il proprio cammino interiore tra porte sospese e sentieri luminosi, per rappresentare il tema scegliere se stessi senza sentirsi egoisti, counseling relazionale a Torino.

Scegliere se stessi senza sentirsi egoisti

Beatrice Lencioni

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In breve

Scegliere se stessi non significa diventare freddi, egoisti o indifferenti agli altri. Significa imparare ad ascoltare ciò che senti, riconoscere i tuoi bisogni e costruire relazioni in cui non devi sparire per essere accolto.

Spesso ci accorgiamo di non esserci scelti quando siamo stanchi, pieni, trattenuti, sempre disponibili per tutti tranne che per noi. Da lì può iniziare un percorso più gentile: non contro gli altri, ma finalmente anche a favore di sé.

Quando dai possibilità a tutti, tranne che a te

Ci sono persone che sanno comprendere tutti.

Sanno trovare una spiegazione per il comportamento dell’altro, una giustificazione per una parola dura, una lettura più gentile per una mancanza. Sanno aspettare, perdonare, rimanere, adattarsi. A volte lo fanno per amore. A volte per paura. A volte perché hanno imparato presto che essere “bravi” significava non disturbare troppo.

Poi, un giorno, succede qualcosa.

Non sempre un grande evento. A volte è una frase detta di corsa. Una promessa non mantenuta. Una telefonata in cui ti senti di nuovo invisibile. Una sera in cui torni a casa e ti accorgi che hai ascoltato tutti, ma nessuno ha chiesto davvero come stavi tu.

“Ma io, dentro questa vita, dove sono?”

Scegliere se stessi comincia spesso così. Non con una rivoluzione rumorosa, ma con un piccolo cedimento interiore. Un momento in cui capisci che non puoi più continuare a metterti sempre in fondo alla lista.

Non perché gli altri non contino. Ma perché conti anche tu.

Cosa significa scegliere se stessi?

Scegliere se stessi significa iniziare a considerare il proprio sentire come qualcosa che merita attenzione. Non vuol dire fare sempre ciò che si vuole, né ignorare chi ci sta accanto. Significa, piuttosto, smettere di vivere come se il proprio bisogno fosse sempre meno importante del bisogno degli altri.

È una forma di presenza.

Vuol dire chiedersi: “Questa cosa mi fa bene?”, “Sto dicendo sì perché lo desidero o perché ho paura della reazione?”, “Mi sto adattando per amore o mi sto cancellando?”, “Questa relazione mi permette di respirare o mi chiede continuamente di restringermi?”.

Nel counseling relazionale, queste domande non servono a giudicare. Servono ad ascoltare.

Perché spesso non abbiamo bisogno di diventare persone diverse. Abbiamo bisogno di tornare a sentire la nostra voce, quella che nel tempo abbiamo coperto con doveri, aspettative, timori e frasi come “non è il momento”, “non voglio creare problemi”, “forse sto esagerando”.

Scegliere se stessi è anche imparare a non trattare la propria fatica come un capriccio.

Perché scegliere se stessi fa sentire in colpa?

Molte persone non faticano a capire cosa desiderano. Faticano a concedersi il permesso di desiderarlo.

La colpa nasce spesso quando abbiamo associato l’amore alla disponibilità totale. Se per anni hai pensato che essere una brava persona significasse dire sempre sì, esserci sempre, comprendere sempre, allora il primo no può sembrare quasi una colpa.

Ma un confine non è una punizione. È una forma di chiarezza.

Dire “questa cosa per me è troppo” non significa non amare. Significa portare verità nella relazione. E una relazione che può esistere solo se tu ti annulli, forse non è davvero uno spazio di incontro: è uno spazio in cui una parte si espande e l’altra si riduce.

Scegliere se stessi senza sentirsi egoisti richiede tempo, perché bisogna disimparare un’abitudine profonda: quella di misurare il proprio valore dalla capacità di accontentare gli altri.

Una domanda utile non è: “Quanto riesco ancora a sopportare?”

Una domanda più vera può essere: “Quanto riesco a restare fedele a me, senza smettere di essere in relazione?”

Essere se stessi con gli altri: perché è così difficile?

Essere se stessi con gli altri è difficile quando abbiamo paura che la nostra autenticità porti distanza, conflitto o abbandono.

Così impariamo a mostrare solo alcune parti di noi: quelle più comode, più accettabili, più leggere. Nascondiamo la stanchezza, l’irritazione, il disaccordo, la vulnerabilità. Diciamo “va bene” quando dentro qualcosa si chiude. Sorridiamo mentre ci allontaniamo da noi.

A volte non ce ne accorgiamo nemmeno subito.

Il corpo, però, spesso lo sa prima della mente. Una tensione allo stomaco. Il respiro corto. Una stanchezza che arriva dopo certi incontri. Il bisogno di stare soli dopo aver recitato troppo a lungo una versione di noi più accomodante.

Nel mio lavoro di Counselor Relazionale a Torino incontro spesso persone che arrivano proprio qui: non necessariamente con una domanda precisa, ma con una sensazione. La sensazione di essere diventate funzionali per tutti, ma poco presenti a se stesse.

E allora il primo passo non è cambiare tutto. Il primo passo è accorgersi.

  • Accorgersi di quando ti contrai.
  • Accorgersi di quando dici sì troppo in fretta.
  • Accorgersi di quando una parte di te rimane muta per paura di disturbare.

Da quell’accorgersi nasce una possibilità nuova.

Scegliere se stessi non è chiudere il cuore

Una paura molto comune è questa: “Se comincio a scegliere me, diventerò egoista? Ferirò gli altri? Resterò solo?”

È una paura comprensibile. Soprattutto per chi ha costruito la propria identità sull’essere disponibile, presente, accogliente, comprensivo.

Ma scegliere se stessi non significa chiudere il cuore. Significa aprirlo anche verso di sé.

La studiosa Kristin Neff descrive l’autocompassione attraverso tre elementi: gentilezza verso se stessi, riconoscimento della comune umanità e consapevolezza equilibrata di ciò che si prova. In parole semplici: trattarsi con meno durezza, ricordare che la fatica fa parte dell’esperienza umana e imparare a stare con ciò che si sente senza schiacciarlo né ingigantirlo. Puoi approfondire il tema nella pagina dedicata alla self-compassion.

Mi piace molto questa prospettiva perché non invita a diventare perfetti. Invita a diventare più umani con noi stessi.

E quando una persona diventa più umana con sé, spesso diventa anche più vera nelle relazioni. Meno compiacente, forse. Ma più presente. Meno disponibile a perdersi, sì. Ma anche più capace di incontrare l’altro senza rancore nascosto.

Perché quando continuiamo a dire sì mentre dentro vorremmo dire no, spesso non diventiamo più buoni. Diventiamo solo più stanchi.

Il confine come gesto relazionale

C’è un’idea sbagliata che torna spesso: il confine come muro.

In realtà, un confine sano non serve a separare in modo rigido. Serve a dire: “Io sono qui. Tu sei lì. Possiamo incontrarci senza invaderci”.

Un confine può essere una frase semplice:

  • “Oggi non riesco.”
  • “Ho bisogno di pensarci.”
  • “Questo modo di parlarmi mi fa chiudere.”
  • “Ti ascolto, ma non posso farmi carico di tutto.”
  • “Per me questa cosa è importante.”

All’inizio può tremare la voce. Può arrivare il timore di essere giudicati. Può nascere la tentazione di spiegare troppo, giustificarsi, ammorbidire fino a cancellare il messaggio.

Va bene. È normale.

Imparare a mettere confini è un esercizio di presenza. Non si tratta di diventare duri, ma di diventare chiari. E la chiarezza, quando nasce dal rispetto, può diventare una forma profonda di cura della relazione.

Una relazione ha bisogno di amore, certo. Ma ha bisogno anche di verità.

Il bisogno di piacere a tutti

Il bisogno di piacere a tutti è una trappola silenziosa.

All’inizio sembra proteggerti. Ti aiuta a evitare discussioni, tensioni, giudizi. Ti fa sentire al sicuro, perché se gli altri sono contenti forse nessuno si allontanerà.

Poi, però, chiede un prezzo.

Il prezzo è la spontaneità. Il prezzo è la libertà di cambiare idea. Il prezzo è il diritto di essere stanco. Il prezzo è la possibilità di dire: “Io questa cosa non la sento”.

A forza di piacere a tutti, si rischia di diventare poco riconoscibili a se stessi.

E allora scegliere se stessi diventa un ritorno. Non un gesto improvviso, non una frase motivazionale da ripetere allo specchio, ma un rientrare lentamente nella propria casa interiore.

Una casa magari un po’ disordinata, con stanze che non apri da tempo, desideri lasciati in sospeso, parole mai dette. Ma è la tua casa.

E nessuna relazione autentica dovrebbe chiederti di vivere sempre fuori da lì.

Come scegliere se stessi nella vita quotidiana

Come scegliere se stessi, concretamente? Non deve per forza iniziare con decisioni enormi. Anzi, spesso le grandi trasformazioni nascono da gesti piccoli, ripetuti, quasi invisibili.

Puoi iniziare da una pausa prima di rispondere. Da un sì detto solo quando è davvero sì. Da un no espresso senza trasformarlo in una colpa. Da una sera libera che non riempi per forza. Da una conversazione in cui provi a dire una frase più sincera del solito.

Puoi iniziare chiedendoti, ogni giorno: “Di che cosa ho bisogno oggi, davvero?”

Non sempre potrai soddisfare quel bisogno. La vita è fatta anche di responsabilità, impegni, relazioni, presenza verso gli altri. Ma ascoltarlo cambia già qualcosa. Perché ciò che viene ascoltato smette di dover urlare.

A volte basta riconoscere:

  • “Sono stanco.”
  • “Questa cosa mi pesa.”
  • “Mi sto forzando.”
  • “Ho bisogno di più reciprocità.”
  • “Sto aspettando da troppo tempo che qualcuno si accorga di me.”

Da lì può nascere una scelta più onesta.

Scegliere se stessi nelle relazioni affettive

Nelle relazioni affettive scegliere se stessi può essere particolarmente delicato, perché tocca il desiderio profondo di essere amati.

A volte restiamo in dinamiche che ci fanno male non perché non vediamo, ma perché speriamo. Speriamo che l’altro capisca, cambi, torni, riconosca, scelga finalmente anche noi.

La speranza è umana. Ma quando diventa attesa infinita, può consumare.

Scegliere se stessi, in una relazione, può voler dire smettere di inseguire chi si sottrae. Può voler dire nominare un bisogno invece di travestirlo da rimprovero. Può voler dire accettare che amare qualcuno non basta, se nella relazione non c’è spazio anche per te.

Non significa chiudere appena qualcosa è difficile. Le relazioni attraversano momenti complessi, incomprensioni, fasi di distanza. Ma una cosa è attraversare una difficoltà insieme. Un’altra è restare da soli dentro una relazione in cui continui a chiedere presenza e ricevi briciole.

La domanda non è solo: “Lo amo?”
A volte la domanda è anche: “Io, accanto a questa persona, riesco ancora ad abitarmi?”

La solitudine di chi sembra forte

Ci sono persone che da fuori sembrano molto forti.

Sono quelle che reggono, organizzano, ascoltano, consigliano. Quelle a cui tutti si appoggiano. Quelle che “tanto ce la fanno sempre”.

Ma anche chi sembra forte può sentirsi solo.

Anzi, a volte proprio la forza diventa una gabbia. Perché se gli altri ti vedono sempre capace, nessuno immagina che tu possa avere bisogno. E magari, con il tempo, non te lo concedi più nemmeno tu.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, attraverso la Commission on Social Connection, ricorda che solitudine e isolamento sociale possono riguardare persone di ogni età e contesto. Nel rapporto pubblicato il 30 giugno 2025, l’OMS ha indicato che una persona su sei nel mondo sperimenta solitudine.

Questo dato non serve a spaventare. Serve a ricordare una cosa semplice: il bisogno di relazione, ascolto e presenza non è una debolezza. È umano.

Anche chi sostiene gli altri ha bisogno di essere sostenuto. Anche chi capisce tutti ha bisogno di essere capito. Anche chi sa restare ha bisogno di sentirsi scelto.

Quando chiedere aiuto diventa un modo per scegliersi

Chiedere aiuto non significa non farcela. Significa smettere di portare tutto da soli.

A volte arrivare a un colloquio di counseling non nasce da una grande decisione, ma da una stanchezza accumulata. Una parte di te sente che continuare nello stesso modo non è più possibile, ma non sa ancora quale direzione prendere.

Nel counseling relazionale non si viene per essere giudicati o corretti. Si viene per aprire uno spazio. Uno spazio in cui poter dire le cose con più libertà, osservarle da un’altra prospettiva, dare ordine a ciò che dentro sembra confuso.

Se senti che questo tema ti riguarda, puoi conoscere meglio il mio lavoro sul sito Beatrice Lencioni Counselor. Ricevo a Torino e online, con un approccio basato su ascolto, relazione, consapevolezza e piccoli passi concreti.

Il primo colloquio conoscitivo può essere un modo semplice per capire se questo spazio fa per te. Puoi richiederlo dalla pagina dedicata al colloquio online gratuito. I colloqui successivi hanno un costo di 60€.

E se preferisci prima scrivere, puoi usare la pagina contatti per raccontarmi brevemente cosa stai vivendo.

Un piccolo esercizio: la domanda che riporta a te

Prenditi qualche minuto. Non serve farlo bene. Non serve trovare subito una risposta intelligente.

Scrivi su un foglio:

“In questo periodo mi sto dimenticando di me quando…”

Poi lascia che la frase continui.

Forse verrà fuori: “dico sì anche se sono esausto”, “aspetto messaggi che non arrivano”, “faccio finta che non mi importi”, “cerco di non deludere nessuno”, “mi convinco che il mio bisogno sia troppo”.

Non giudicare ciò che emerge. Guardalo con delicatezza.

Poi scrivi una seconda frase:

“Un modo piccolo per tornare a me potrebbe essere…”

Non cercare una rivoluzione. Cerca un gesto possibile.

Una telefonata rimandata. Una pausa. Una frase più vera. Una richiesta. Un confine. Un pomeriggio senza dover dimostrare niente.

Scegliere se stessi, molte volte, comincia da un gesto minuscolo che dice: “Ci sono anch’io”.

Non devi diventare un’altra persona

Forse la cosa più importante è questa: non devi diventare un’altra persona per sceglierti.

Non devi diventare più duro, più freddo, più distaccato. Non devi smettere di essere sensibile. Non devi rinnegare la tua capacità di amare, comprendere, accogliere.

Devi solo includerti.

  • Includerti nelle decisioni.
  • Includerti nelle relazioni.
  • Includerti nelle domande.
  • Includerti nella cura che offri così facilmente agli altri.

Perché l’amore che non include te, alla lunga, diventa fatica. E la disponibilità che cancella i tuoi confini, prima o poi, diventa risentimento.

Scegliere se stessi non è mettere gli altri fuori dalla porta. È aprire finalmente una porta anche verso di sé.

E forse, da lì, le relazioni diventano più vere. Non sempre più facili. Ma più oneste. Più respirabili. Più reciproche.

FAQ su scegliere se stessi

Cosa significa scegliere se stessi?

Scegliere se stessi significa ascoltare i propri bisogni, rispettare i propri limiti e prendere decisioni che non cancellino la propria presenza. Non è egoismo: è un modo più consapevole di stare in relazione.

Scegliere se stessi vuol dire allontanare gli altri?

No. Scegliere se stessi non significa chiudersi o diventare indifferenti. Significa costruire relazioni in cui ci sia spazio anche per ciò che senti, desideri e puoi realmente sostenere.

Come faccio a scegliere me stesso senza sentirmi in colpa?

Puoi iniziare con piccoli confini quotidiani: prenderti tempo prima di rispondere, dire no quando sei al limite, riconoscere ciò che provi senza giudicarti. La colpa diminuisce quando impari che il tuo bisogno non è un errore.

Perché continuo a mettere gli altri prima di me?

Spesso accade perché hai imparato ad associare il valore personale alla disponibilità, al compiacere o al non creare problemi. Accorgersene è il primo passo per costruire un modo più equilibrato di stare nelle relazioni.

Un percorso di counseling può aiutarmi a scegliere me stesso?

Un percorso di counseling relazionale può offrirti uno spazio di ascolto e orientamento per comprendere meglio ciò che vivi, riconoscere i tuoi bisogni e fare piccoli passi concreti nelle relazioni, senza linguaggio giudicante o clinico.

Dove posso fare un colloquio di counseling a Torino?

Puoi rivolgerti a Beatrice Lencioni, Counselor Relazionale a Torino e online. Il primo colloquio conoscitivo gratuito permette di capire se il percorso è adatto al tuo momento e al tuo bisogno.

Se senti che è il momento di tornare a te

Forse non devi avere già tutte le risposte. Forse puoi iniziare da uno spazio in cui ascoltarti con più calma, senza dover dimostrare niente e senza dover portare tutto da solo.

Ricevo a Torino e online. Il primo colloquio conoscitivo è gratuito; i colloqui successivi hanno un costo di 60€.

 

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